TACCUINO: Laccadive e Bella Ciao

Una cara amica, Carla, mi ha raccontato il suo ricordo di una vacanza di quasi 50 anni fa. Fu un viaggio, praticamente improvvisato, in un arcipelago dell’Oceano Indiano che allora non conosceva il turismo. Ma anche oggi le Laccadive sono una meta non ancora coinvolta nel turismo di massa. Il posto ideale dove staccare davvero la spina e lasciarsi trascinare in un viaggio indietro nel tempo.

Il racconto di Carla: le isole Laccadive negli anni Settanta

Negli anni Settanta, durante le vacanze di Natale, con mio marito e un gruppo di amici tutti appassionati subacquei, abbiamo fatto molti viaggi nel mari tropicali, in giro per isole o in barca. Erano sempre posti paradisiaci, allora ancora fuori dai circuiti turistici.

Nel 1973 avremmo dovuto essere i primi ospiti di un piccolo villaggio sulla costa del Mar Rosso, sotto Hurghada, nota per la bellezza dei fondali marini. Però gli amici che avevano organizzato e costruito il piccolo villaggio, poco prima della partenza, ci avvertirono che in realtà gli alloggi non sarebbero stati pronti in tempo.

Ma nessun problema! Avevano già previsto un’altra meta: le Laccadive, un arcipelago dell’Oceano Indiano, al largo di Kochin, che non era stato visitato da nessun occidentale da oltre cento anni. Nessun abitante aveva perciò mai visto un bianco.

Il governo indiano voleva capire se sarebbe stato possibile creare di quelle isole dimenticate un polo turistico, e noi saremmo state le cavie di questo esperimento.

Come rifiutare un’avventura come questa?
Quindi partimmo per l’India, in aereo fino a Mumbai (allora era chiamata ancora Bombay), poi in macchina verso sud per molti chilometri, lungo la costa occidentale,
attraverso un’infinità di piccolissimi centri abitati, fino a Kochin. Da lì, ci saremmo imbarcati per le Laccadive con il postale che una volta alla settimana faceva il giro a portare merce alle isole.

Il postale era  una vecchia nave risalente ai tempi del colonialismo inglese, con due grandi cabine: una per le donne, l’altra per gli uomini; sul ponte casse di merce, bambini, capre e galline.

Dopo due giorni di navigazione con varie soste, arrivammo alla meta. Ci aspettava un’isola come quelle raccontate dai navigatori dei secoli passati: nessun porto, solo palme e capanne e alcune canoe che vennero a prenderci per portarci a riva. Il capo villaggio ci aspettava circondato da tutti gli abitanti.

Ci portarono subito in un grande edificio in legno al centro del paese, sormontato da un tetto di paglia. All’interno c’era un’unica grande sala, dove venimmo cerimoniosamente accolti, servendoci, con grande rituale di tradizione locale, deliziose noci di cocco, riempite di latte di cocco condito e piccole prelibatezze.

Quella sala, ci dissero, era il tribunale delle isole, mai utilizzato per l’assenza di crimini da giudicare. Lì venne sistemata una coppia di nostri amici e i loro due figli. Gli altri sarebbero stati negli uffici del tribunale, arredate con letti e qualche sgabello di bambù costruiti per l’occasione.
Non erano presenti servizi igienici, ma il capo villaggio aveva fatto costruire, su indicazione dell’ente turistico indiano, due wc e due docce, proprio nel bel mezzo della piazza, sotto gli occhi straniti degli abitanti che non capivano a cosa servissero.

I locali avevano finestre, ma senza vetri e senza tende. Ogni due per tre, il viso curioso di qualche bambino sbucava, sorridente e divertito, nonostante i pareo che cercavamo di appendere a mo’ di tenda, per un minimo di intimità. Dopo qualche giorno, sempre gentili e premurosi,  fissarono con qualche chiodo della carta di giornale all’intelaiatura.

L’ente del turismo, vista l’assoluta assenza  di alberghi e ristoranti, aveva pensato di farci accompagnare da un cuoco, partito con noi da Kochin, ed equipaggiato con due pentoloni enormi, moltissime spezie e un sacco di cipolle. Per il resto avrebbe dovuto arrangiarsi con quello che l’isola aveva da offrire. Pochissimo.

Il povero cuoco era nepalese, non parlava altro che la sua lingua, ed era tristissimo perché per  la prima volta veniva allontanato dal suo villaggio e dalla sua famiglia, e oltre a tutto soffriva il mal mare!
Ogni mattina partiva con noi col suo pentolone, riempito di carote e verdure, un po’ di riso o patate e sedeva sul bordo della barca che ci avrebbe portato sul reef, con aria afflitta, e lo sguardo perso sul mare e l’orizzonte lontano.
Soffrivo il mare anch’io, così mi sedevo di fianco a lui, per condividere la sofferenza e cercare di scambiare qualche parola.

Arrivati a riva all’isolotto previsto per quella giornata, sbarcavamo le nostre attrezzature da sub, il cuoco con il pentolone e ognuno partiva per il suo giro di esplorazione o pesca.
Il cuoco nel frattempo accendeva un fuoco sulla spiaggia, riempiva il pentolone d’acqua, spezie e verdure e man mano che qualcuno arrivava con un pesce, il cuoco lo puliva e lo buttava a cuocere.
Alla fine della mattina, all’ora di pranzo, affamatissimi, sotto un sole  cocente ci aspettava una zuppa bollente, ma deliziosa. E niente altro se non qualche cocco trovato per terra.
Vita molto spartana, dunque, ma è uno dei ricordi di vacanza più belli che ho.

Al pomeriggio, al ritorno dal giro in barca, passeggiavamo per il villaggio, gli abitanti ci guardavano, sorridevano e, senza mai importunarci, facevano tranquilli la loro vita.
I bambini, bellissimi, correvano davanti a noi con  i loro pareini colorati e stinti, ridendo e gridando. La mattina avevano la scuola, al pomeriggio erano liberi e felici.

La sera del 31 dicembre il capo villaggio ci invitò tutti per una grande festa, in piazza
attorno a un fuoco con tutti gli abitanti, compresa la maestra di scuola e i suoi alunni.
Dopo cena la maestra invitò gli scolari a rappresentare un piccolo spettacolo organizzato per noi.
Finito lo spettacolo, tenerissimo, la maestra – personaggio importante che sapeva un po’ di inglese – ci disse che adesso toccava a noi rappresentare qualcosa: una scenetta, della musica, forse un canto?

Noi allibiti, impreparati, cercammo di schermirci, ma non ci fu niente da fare: era un atto di ringraziamento dovuto e se lo aspettavano. Dopo una lunga confabulazione, scoprimmo di poter produrre come spettacolo collettivo soltanto una canzone.
Moderna? di montagna? difficle mettersi d’accordo. Finalmente uno del gruppo ebbe un’idea: cantiamo Bella Ciao! Tutti d’accordo,  partì il coro alla bell’e meglio e venimmo applauditi con molto calore da tutti.

Al pomeriggio del primo dell’anno,  facemmo la nostra solita passeggiatina fra le capanne, con la staffetta dei bambini che correvano come sempre festosi intorno a noi. E che cosa cantavano a squarciagola? Bella Ciao, dall’A alla Z!  e con un’ottima pronuncia!
La maestra aveva registrato il nostro canto e si erano esercitati.

Così, ancora adesso, sono sicura che, inspiegabilmente per chi non conosce questa storia, in un’isola sperduta dell’Oceano Indiano ci siano degli abitanti che cantano
Bella Ciao. Forse senza sapere perché, né che cosa vuol dire, ma la cantano tutta.
E io ne sono contenta.

 

 

La foto di copertina è tratta dal blog Il buio oltre la siepe, dove potete trovare anche alcune informazioni per un viaggio nelle Laccadive di oggi.

Notte a Yazd

Come ormai sapete, noi siamo innamorati dell’Iran, accogliente e immenso paese che presenta realtà geografiche diversissime: da cime imponenti che superano i cinquemila alle umide isole del Golfo Persico, da aridissimi deserti a zone lussureggianti attraversate da  torrenti impetuosi, da millenari siti archeologici alle sperimentali architetture urbane, ecc. ecc.

Ma Yazd, l’antichissima Yazd, città di oltre tremila anni, posta nell’esatto centro dell’Iran, Patrimonio Unesco dal 2017 per i suoi muri in adobe* e le sue torri del vento*, ci ha letteralmente stregato.

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Tutto il centro storico è da visitare, tra i suoi vicoli curvilinei interrotti da sorprendenti sottopassaggi, con le moschee, le vie del bazaar con i laboratori di artigianato, le dimore storiche sormontate da terrazze sui tetti.

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La magia più forte, letteralmente irresistibile, proviene dalla Yazd notturna, le cui luci, da quelle tenui del tramonto a quelle che illuminano la notte, trasformano i colori, senza alcun bisogno di filtri né per la macchina fotografica, né per la nostra mente.

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Magiche le luci del tramonto e anche quelle che rischiarano un poco il buio più profondo. Le luci che illuminano gentilmente le botteghe, quelle che escono dai panifici aperti fino a tardi.

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Le luci che avvolgono discrete gli avventori dei caffè sulle terrazze, che lasciano evidenziare quelle più intense che illuminano moschee e minareti.

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Per chi volesse approfondire

*Adobe è una parola antichissima, che risale probabilmente alla civiltà egizia e indica un materiale da costruzione particolare, molto economico. I mattoni in adobe nascono da argilla, sabbia e paglia seccata al sole, impastate con l’acqua. L’adobe ha un’importante caratteristica termica:  mantiene il calore durante l’inverno e lo rilascia in estate, con una temperatura piacevole e costante in tutte le stagioni. La pioggia può scioglierlo e per questo è tipico dei climi aridi e, in ogni caso, necessita di una continua manutenzione. La bellezza dell’adobe è data dalla sua consistenza porosa e dal suo colore, che muta in diversi toni caldi a seconda delle ore della giornata. Era costruita in adobe Çatalhöyük, in Anatolia, la più antica città a oggi conosciuta. Questo materiale da costruzione era molto diffuso anche in tutto il Mediterraneo: in Sardegna è chiamato ladiri.

*Le Torri del Vento (windcatcher in inglese, badghir in farsi) sono una soluzione architettonica naturale per permettere la refrigerazione degli ambienti interni.  Funzionano portando all’esterno l’aria calda durante il giorno, e immettendo aria fresca durante la notte. Il flusso d’aria avviene a causa della differenza di pressione tra la zona della torre dove soffia il vento e la zona sottovento. In assenza di vento, il flusso è determinato dall’aria calda che si trova a ridosso della parete sud della torre e che, scaldata dal sole, tende a salire. L’uso di cisterne d’acqua sotterranee contribuisce a umidificare e raffreddare ulteriormente l’aria.

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Nel blog altri articoli sull’Iran: si parla della città di Tehran, dei suoi caffè, di una moderna opera architettonica della capitale, dei virtuosi del parkour.

Qui invece una riflessione sulla situazione politica attuale.

Hanna, un accogliente boutique hotel a Tehran

Ci siamo capitati per caso. Cercavamo un caffé di tendenza che ci avevano consigliato, e siamo capitati in questa piccola strada chiusa, Lolagar Alley, un’oasi di tranquillità nel caos di Tehran. Ai lati della strada edifici perfettamente simmetrici con due ampi bow-window aggettanti e imponenti. Da una parte l’insegna dal design sobrio e pulito di un hotel. Ci siamo incuriositi e abbiamo bussato.

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Così, siamo stati accolti con gentilezza e, con giusto orgoglio, ci è stato mostrato e raccontato con piacere questo delizioso hotel di sette stanze, ospitato in un edificio quasi secolare restaurato da poco.

Hotel Hanna - Kamar room
Stanza Kamar, cioè Arco

Lo studio di architettura che ha curato il progetto (Persian Garden Studio) è partito dalla storia dell’edificio. Nel 1930 i due fratelli Lolagar fecero costruire due edifici gemelli, uno dei primi esempi nella capitale di abitazione non protetta da mura e spazi chiusi, ma proiettata con ampie finestre verso l’esterno.

Lolagar Alley
Lolagar Alley

La ristrutturazione ha inteso trovare un equilibrio tra la tradizione persiana e la più moderna architettura iraniana. Ogni stanza è differente, ma tutte con un disegno fresco e pulito che le accomuna. Stoffe, oggetti, quadri alle pareti fanno riferimento da un lato alla cultura etnica, dall’altro all’arte contemporanea.

Hotel Hanna - Hamsayeh room
Stanza Hamsayeh, cioè Vicinato

Per la sua accoglienza e la sua atmosfera, l’Hotel Hanna ci è sembrato un ottimo posto dove stare a Teheran, magari arrivando prima di partire per un viaggio nel paese. I prezzi sono in linea con altri alberghi della città dello stesso livello.

Hotel Hanna - Ojagh room
Stanza Ojagh, cioè Cuore.

Abbiamo tentato di fermarci lì, prima di riprendere il volo per l’Italia, ma era Nowruz, il capodanno persiano, e tutte le sette stanze erano occupate. Ma contiamo di tornarci la prossima volta in Iran. E questa volta prenotando con anticipo.

Questo il link al sito dell’hotel.

Questo invece il link al post sull’inizio del nostro ultimo viaggio a Tehran.

 

I caffè di Tehran

Ci avevano detto: non potrete dire di conoscere  Tehran se non avrete frequentato i suoi caffè.

E quindi, in questo secondo viaggio, non ce li siamo fatti mancare. Abbiamo seguito i consigli di un giovane amico, Hajir, che dopo aver studiato e insegnato arte per un  periodo a Firenze, è tornato nella sua città.

Così, nel suo italiano pressoché perfetto, con forte accento fiorentino, ci ha elencato alcuni dei locali più di tendenza tra la gioventù colta, accogliente e raffinata di Teheran.

Naturalmente questi di cui parliamo sono solo alcuni, perché nell’immensità urbanistica della capitale iraniana ogni quartiere ha i suoi locali e inoltre ne nascono e fioriscono continuamente di nuovi. I caffè, infatti, sono un elemento vitale della città, sono il suo respiro, seguono il ritmo del suo cuore. Senza i caffè sarebbe più difficile parlare d’arte, far conoscere un libro, ascoltare un genere musicale, dibattere di politica interna e internazionale, trovare consolazione nella condizione comune di vittime della crisi economica.

Questi caffé uniscono la lunga tradizione delle teahouse persiane con le influenze dei locali occidentali. Nascono in genere come esigenza di piccoli gruppi che vogliono trovare spazi di aggregazione e di espressione, diventando presto luoghi di resistenza sociale: anche il loro design e le scelte architettoniche riflettono la voglia di creare nuove realtà non omologate.

Tehroon

Il Tehroon Cafè è uno dei più conosciuti della nuova generazione di locali: qualsiasi abitante del District 6, nella zona centrale, ti sa dire come raggiungerlo. Il suo nome è il nome antico di Tehran, con una vocale mutata che cambia completamente il suono della parola. Vuole forse richiamare alle glorie passate della capitale? Certo dà l’idea di una lunga tradizione di luoghi dove bere, assaporare il cibo e conversare.

Ho parlato di caffè come luogo d’incontro di giovani, ma il Theroon è soprattutto il caffè delle donne di tutte le età, che qui si trovano in un’atmosfera delicata e leggera, libere di essere persone che intrecciano relazioni e che elaborano idee.

Café Tehroon - Tehran, Iran

All’esterno un grazioso giardino fiorito allestito da tavoli: come molte abitazioni del District 6, il Tehroon si sviluppa infatti tra un cortile interno, che i muri proteggono dalla strada, e un corpo chiuso centrale.

Café Tehroon - Tehran, Iran - ph. Paolo Sacchi

Le pareti sono coperte da librerie, dove i testi dei poeti si alternano a letteratura contemporanea.

Café Tehroon - Tehran, Iran

Qui il cibo è ottimo, presentato in modo estetico e invitante, le ricette sono quelle classiche iraniane, ma sempre rivisitate e impreziosite. Anche una semplice colazione diventa occasione per gustare sapori imprevisti, dolci e salati.

Café Tehroon - Tehran, Iran

Cafè Tehroon – District 6 – N. 39, Khosro St., Villa St.

Karfe

Forse più di altri, il Karfe Cafè è un vero centro culturale. La cucina è decisamente apprezzabile, la ristrutturazione degli spazi piacevole, il giardino interno, tipico delle vecchie case di Tehran e abitato da una languida comunità di gatti, fresco e accogliente. Ma il principale motivo di attrazione del Karfe è certamente il clima intellettuale, nella migliore accezione del termine, che vi si respira.

Karfe Café - Tehran, Iran

Sarà che l’idea di questo caffè nasce tra un gruppo di artisti che volevano avere uno locale familiare e intimo dove lavorare, pensare, studiare. Sarà l’estrema vicinanza con il parco e la Casa degli Artisti, centro propulsivo per i giovani creativi. Sarà tutto questo, ma in questo caffè non c’è dubbio che l’atmosfera sia di pace, arte e cultura.

Qui vengono ospitati meeting e seminari di lavoro, incontri con gli autori, piccoli concerti. Non a caso noi, arrivati per un appuntamento con un amico, ci siamo trovati nel bel mezzo della presentazione del programma di una casa discografica.

Karfe Café - Tehran, Iran

E comunque abbiamo fatto un’ottima colazione.

Café Karfe – N. 17 Bizhan Torabi St. , vicino al Parco degli Artisti

In/ja

L’In/ja Book Café nasce come galleria d’arte e scuola di teatro, aperto da un giovane e famoso attore del cinema iraniano, Saber Abar. Ma anche questo è diventato presto uno spazio a tutto tondo, dove passare ore piacevoli leggendo, chiacchierando e gustando buon cibo fatto in casa. Noi siamo arrivati dopo l’ora di pranzo, perciò ci siamo ‘accontentati’ di un dolce alle mandorle, ma che ci ha lasciato a bocca aperta.

In/ja Book Café - Tehran, Iran

Per arrivare alla galleria e al caffè In/ja bisogna sapere dove si trova: è infatti solo una porticina, quasi senza alcuna insegna, in fondo a una strada chiusa. Per entrare bisogna bussare, come in una abitazione privata. Poi, dentro, una casa-galleria accogliente, arredata in uno stile eclettico, con molti spazi dove conversare o anche isolarsi con un libro.

In/ja Book Café - Tehran, Iran

Quindi il patio fiorito con diversi tavolini di varie dimensioni. In fondo al giardino si apre una serra dalle pareti in vetro dove si possono comprare piante e fiori recisi.

In/ja Book Café - Tehran, Iran - serra

In/ja Book Café – N.4 Pedram Alley/Nofel Loshato St.

Reera

Questo caffè si trova non lontano dalle ambasciate francese e italiana, perciò è frequentato da un pubblico decisamente cosmopolita. Si apre in una strada chiusa molto tranquilla, un mondo a parte rispetto alla Tehran più trafficata. Poco più in là si trova anche il grazioso Boutique Hotel Hanna, di cui parliamo in questo post.

Il locale è ospitato da un bell’edificio in mattoni, con un giardino raccolto, con piante fiorite e sculture in ferro. Il design degli spazi interni è moderno ed eclettico, con oggetti di modernariato interessanti e un clima davvero confortevole.

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Abbiamo apprezzato anche il cibo: zuppe e insalate deliziose, i centrifugati di frutta e verdura con abbinamenti inconsueti ma azzeccatissimi. Spesso vengono proposti piatti internazionali (per es. la nostra zuppa di cipolle era quasi parigina), con una notevole attenzione alla cucina vegetariana, che in Iran non è certo una cosa scontata.

Café Reera – N.5, Lolagar Alley

Gol Rezaeieh

Questo è il più antico dei locali che abbiamo visitato, con una storia lunga oltre novant’anni. Più che un caffè è un piccolo delizioso ristorante che presenta cibi della tradizione iraniana, con un menu molto vasto. E’ situato proprio di fronte al Museo del Vetro e della Ceramica, è sufficiente attraversare la strada. E’ anche molto vicino alla sinagoga: sì, perché a Tehran vivono circa 35 000 ebrei.

Ciò che caratterizza il Gol Rezaeieh è l’atmosfera, creata dalle luci calde e basse e da inumerevoli foto di musicisti e star del cinema alle pareti. Anche la scelta della colonna sonora non è banale: musica occidentale anni Ottanta, non così usuale nei locali pubblici di Tehran.

Gol Rezaeieh Café  e Restaurant -Tehran, Iran

Rush

Nella stessa strada del l Rush Café, a sua volta vicinissimo al Museo del Cinema, uno spazio espositivo di estremo interesse: il cinema iraniano ha una lunghissima tradizione, fin dagli albori di quest’arte, e ha avuto e ha tuttora grandi rappresentanti nella regia e nella recitazione.  Questo museo, situato in una pregevole dimora storica e circondato da un piacevolissimo giardino, merita certamente una visita.

Museo del Cinema - Tehran, Iran

Terminata la digressione, torno al caffè Rush che, a dispetto del nome, è il luogo ideale per una sosta tranquilla. Frequentato da attori e giovani filmaker, si trova al piano terra di un palazzo dedicato al cinema: al piano superiore si fanno eventi, proiezioni di film, si possono acquistare pellicole internazionali e altro materiale legato alla settima arte.

Rush Café - Tehran, Iran

Noi siamo stati all’interno, perché la giornata era piovosa, ma il caffè ha grandi vetrate affacciate su un giardino che prende vita con il bel tempo. Un posto tranquillo dove conversare e lavorare. Ma ormai avete capito che i caffè di Tehran sono ben altro che semplici caffè.

E anche qui cibo ottimo, come la nostra non banale insalata.

Rush Café - Tehran, Iran - Insalata

Rush Café –

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio in Iran, partendo da Tehran

Tornare in Iran dopo quasi due anni è stata certamente una grande emozione. Si trattava di confermare o smentire le impressioni del viaggio precedente. Si trattava di vedere se quella piacevole sensazione di venire ben accolti e coccolati, di essere degli ospiti preziosi e desiderati si sarebbe ripetuta. E anche se avremmo apprezzato di nuovo la magia delle città già visitate, o se avremmo trovato quella stessa magia anche in zone non ancora esplorate.

Soprattutto avevamo voglia di ritornare per raccontare meglio e con più consapevolezza  alcuni tratti di un paese che, tra tanti, ci aveva colpito così nel profondo, tanto da lasciarci un mal d’Iran difficile da dimenticare.

Il metodo a liana

Metodo a liana: questa la definizione che abbiamo dato al nostro vagabondare nel paese. Incontri qualcuno, che ti fornisce un contatto, che ti racconta di un luogo, che ti suggerisce una visita. Da questo nuovo evento ne scaturisce un altro, perché si parla, si collega, ci si informa, si fanno nascere nuovi desideri di scoperta.

Perché, mai come in Iran, da un incontro, da un saluto, da un tè bevuto insieme può derivare una nuova indicazione per andare a conoscere altri luoghi e altre persone.

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E così è stato questa volta. Qualche contatto ereditato dal viaggio precedente, un po’ di ricerca in Internet, alcuni amici di amici iraniani che vivono in Italia: siamo partiti con qualche numero di telefono (che sia benedetto whatsapp!) che sono stati la base dei nostri primi incontri a Tehran. Questo il nostro incontro con Hoora, una giovane amica di un’amica.

Ma tranquilli: il metodo a liana in Iran funziona comunque, anche se non vi preparate. Questo è un paese dove l’ospitalità è sacra, dove è il padrone di casa, autenticamente onorato, a ringraziare l’ospite, dove l’orgoglio sano per le proprie radici e la propria cultura sopravvive nonostante le oggettive difficoltà. Quindi lungo il vostro cammino troverete in ogni caso qualcuno che farà da ponte per voi verso nuove tappe.

Si comincia da Tehran

Nonostante quello che dicono le cifre che si trovano in molte fonti (8 milioni di abitanti in città e 12 milioni nella conurbazione), i dati reali della Grande Tehran, che tutti quelli che ci abitano conoscono, parlano ormai di 15 milioni di persone. A cui si aggiungono ancora altri abitanti diurni, una folla di persone che abita ancora più all’esterno, ma che arriva per lavoro, per studio, per affari ogni giorno, utilizzando il treno, l’autobus, l’auto e anche l’aereo. Una città enorme, sovraffollata, trafficata. E, naturalmente, inquinata.

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Per gli occidentali è una tappa obbligata: quasi tutti i voli che ci collegano all’Iran atterrano in uno dei due aeroporti che si estendono alla periferia della città, il Khomeini, mentre l’altro, il Mehrabad, è riservato ai voli interni.

E’ anche praticamente obbligata la sosta di almeno una notte nella città, perché per ottenere il visto è necessario fornire l’indirizzo di un albergo.

Sia la prima volta sia la seconda abbiamo prenotato per la notte del nostro arrivo la camera in un hotel onesto, il Golestan hotel,  centrale e accogliente, anche se forse le camere sono un po’ troppo essenziali, comunque pulite e con il bagno in camera. La colazione è molto piacevole, preparata al momento nel barettino con giardino interno.

DSCF0216xwsUn buon modo per cominciare il viaggio in Iran, anche perché si è a due passi, reali, da una fermata della metropolitana e, inoltre, da uno dei più vasti parchi cittadini e dal Palazzo Golestan, la maggiore testimonianza architettonica della città. E anche da uno dei due grandi bazaar.

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Ma certo il Golestan hotel non è l’unica possibilità: potete immaginare quanta scelta di accoglienza alberghiera può offrire una città come Tehran. Abbiamo vissuto due altre esperienze, all’opposto, si può dire, ma entrambe assolutamente consigliabili: dipende da che cosa richiedete da una notte in albergo.

L’hotel Hanna è un boutique hotel, piccolo, raffinato, situato in una strada chiusa, quindi con una situazione di tranquillità quasi unica a Tehran. In questo post potete avere maggiori indicazioni e vedere le foto che abbiamo fatto alle diverse stanze.

See you in Iran è invece un ostello, il classico ostello per giovani come si può trovare in moltissime città europee, ma che in Iran è certamente più sorprendente. In questo ostello si respira un’aria colta e cosmopolita. Le camere sono spartane, ovviamente: noi abbiamo avuto una stanza con letti a castello che ci ha portato indietro di qualche decennio.

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Ma tutto pulitissimo, con scelte intelligenti e messaggi carini alle pareti. Anche in questo caso, colazione più che soddisfacente nella piacevole area comune. Questo il loro sito: visitate anche le pagine degli altri ostelli della piccola catena, uno sul Caspio e uno a Mashad, seconda città dell’Iran, sono sistemazioni molto interessanti e decisamente particolari.

Se you in Iran ha anche un gruppo Facebook, See you in Iran Cultural House, di cui io facevo già parte da prima del viaggio precedente, su suggerimento dell’inquilino iraniano nella casa di mia madre. E’ un gruppo aperto e democratico, dove chiunque può comunicare, scrivere le sue impressioni o chiedere consigli per il suo viaggio in Iran. E’ utile visitarlo prima della partenza, si cominciano a conoscere molti aspetti del Paese. Comunque mi ha emozionato arrivare, per caso, nella sede centrale del gruppo. Ma, si sa, io mi commuovo facilmente.

Che cosa vedere a Tehran

Viste le dimensioni e il caos urbano, la maggior parte dei turisti resta nella capitale il meno possibile, giusto il tempo di visitare, appunto, lo splendido Palazzo Golestan, sito del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, o Sa’dabad, una serie di palazzi immersi in un grande parco, residenza estiva dello scià e della sua corte, e dopo la rivoluzione trasformato in un complesso museale. O Niyavaran, altra residenza imperiale, circondata da cinque ettari di giardini, che ora ospita cinque differenti musei.

Magari, al termine del viaggio,  ci si ferma a Teheran una giornata per vivere l’emozione di fare acquisti nei due principali bazaar, lo storico Tajrish o l’immenso Grand Bazaar.

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E invece… e invece Tehran può riservare diverse sorprese e può costituire una parte importante del viaggio in Iran.

Oltre alle grandi raccolte d’arte antica o moderna, come il ricco Museo Reza Abbasi, il Museo dei Tappeti o il Museo d’Arte Contemporanea, voluto e inaugurato da Farah Diba, moglie dello scià, Tehran ospita numerosi musei minori, ma curati e di grande interesse. Noi ne abbiamo visitati alcuni, consigliati e guidati da artisti e scrittori che abbiamo incontrato.

Museo del Vetro e della Ceramica

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Il Museo del Vetro e della Ceramica (Glassware and Ceramic Museum of Iran o Museo Abgineh) è ospitato in un prezioso edificio storico, che era la casa di Qavam os-Saltaneh, primo ministro iraniano negli anni ’40. Anche solo una visita al palazzo è degna di nota: unisce in modo armonico elementi orientali ad altri occidentali, bellissima la scalinata in legno.

scalaGli oggetti esposti, di varie epoche, alcuni antichissimi, sono di grande interesse storico, ma anche conoscendo poco la storia della Persia si resta stupiti per la raffinatezza delle lavorazioni e il livello estetico dei disegni. Visitandolo ho pensato a quanto piacerebbe alla mia amica Silvia Levenson, talentuosa artista del vetro. Piccolo, prezioso. Consigliatissimo.

Museo della Calligrafia

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E’ il museo più recente, inaugurato nel 2017.  La TBO è un’associazione il cui nome può essere tradotto con “Rendere bella Tehran“; acquista edifici di alto valore architettonico e culturale, emblematici per la città, e li ristruttura restituendoli ai cittadini. Anche il palazzo che ospita il Museo della Calligrafia, un tempo abitazione di un importante senatore dell’epoca dello scià, è stato ottimamente restaurato dalla TBO e adibito a spazio espositivo permanente.

DSCF1243 okBisogna tener presente che la calligrafia persiana è una vera forma d’arte, elemento mistico fondamentale della cultura islamica. Anche se la maggior parte delle opere esposte (su carta, pergamena, ceramica, legno, gioielli e altri supporti) proviene da poche grandi collezioni, sono molti gli artisti contemporanei che continuano a utilizzare la calligrafia all’interno dei loro lavori. Non aspettatevi quindi un museo che raccoglie estetizzanti scritte in persiano, ma una vera raccolta di opere a volte davvero sorpendenti. E alla fine della visita non perdetevi lo store del museo, con una vasta proposta di gioielli e oggetti per la casa prodotti da giovani designer, sempre liberamente ispirati al tema della calligrafia.

La Casa degli Artisti

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Nel cuore del District 6, la Casa degli Artisti è un bell’edificio che si erge al centro di un piccolo parco quadrato che porta lo stesso nome. Otto spazi espositivi su due livelli ospitano mostre che cambiano ogni mese. Pittura, scultura, fotografia, moltissima grafica (abbiamo visto bellissime locandine di cinema e teatro), nuove tecnologie: tutte le tecniche artistiche sono rappresentate e viene dato amplissimo spazio alle produzioni dei giovani artisti.

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Nell’edificio convivono poi alcuni negozi, tra cui uno, fornitissimo, di musica, un caffè con tavolini all’aperto e un ristorante vegetariano che ci dicono ottimo, ma che era chiuso per lavori quando siamo passati.

Ecco un elenco dei palazzi e musei citati nel post, certamente sufficienti per farsi un buon quadro dell’arte persiana:

  • Palazzo Golestan
  • Complesso di Sa’dabad
  • Complesso di Niyaravan
  • Reza Abbasi Museum
  • Museo del Tappeto
  • Museo d’Arte Contemporanea
  • Museo del Vetro e della Ceramica
  • Museo della Calligrafia
  • Casa degli Artisti

 

Continuiamo a parlare di Tehran nei prossimi post.