Funkhaus a Berlino

Inutile negarlo. Quando si va a Berlino non si riesce a resistere alla tentazione di immaginarsi e respirare quella che è stata la città divisa. Se abbiamo già visto troppe volte il museo del muro o il Check Point Charlie, andiamo a cercare resti del muro che ancora ci permettono di circoscrivere le due zone.

Noi vi suggeriamo una visita alternativa a tutto questo. Un luogo magico e meraviglioso che ti cala nell’immaginario comune sulla vita severa e regimentata della Berlino divisa dal muro.

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L’area in cui sorge la Funkhaus si affaccia sulla Spree ed è un posto assolutamente magico. Era la sede della radio di Stato della DDR. Venne inaugurata nel 1955 e rimase attiva fino quasi alla caduta del muro nel 1990. Alle 23,45 del 2 ottobre 1990 si registrò l’ultima trasmissione che si dice fosse in italiano. Poi, l’attività di 3000 operatori della radio si interruppe come fosse una metafora del regime che si andava sgretolando.

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Era una vera città della Radio di 135.000 metri quadrati, con studi di registrazione edificati con grande sapienza tecnica. L’opera venne affidata all’architetto Franz Ehrlich, all’ingegnere capo Gerhard Probst e all’ingegnere acustico Lothar Keibs.

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Questa équipe di progettisti, estremamente qualificata, riuscì nell’intento di creare studi di elevata qualità con investimenti all’osso, grazie al loro ingegno e alla loro sapienza. Il suono veniva valorizzato e mai stravolto, grazie all’uso di forme e materiali che ne evitavano le distorsioni e ne accentuavano la profondità.

L’edificio contiene sale le cui pareti sono fornite di prismi rotanti rivestiti con diversi materiali, per affinare la ricezione sonora alle diverse esigenze della musica che viene prodotta. Oggi, in quelle stesse sale vengono realizzate registrazioni di orchestre sinfoniche, cori, musica da camera, oltre, naturalmente, jazz e pop.  Pensate che gli studios sono scelti da musicisti del calibro dei Black Eyed Peas e  di Sting.

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E’ possibile effettuare visite guidate per gruppi di un minimo di 10 persone. La visita ha una durata di circa un’ora e mezza. Per 19 Euro a persona (15 per studenti e pensionati).

Il sito vi fornirà tempestive informazioni anche su eventi e concerti.

 

 

Il Tabiat Bridge di Tehran, il ponte di Leila

C’è tanta cultura, tanto sogno, tanta immaginazione e coraggio in questo ponte innovativo il cui nome significa Natura e che collega due polmoni verdi (Abo-Atash e Taleghani Park), saltando con i suoi 270 metri un’arteria di grande comunicazione immancabilmente super trafficata.

Opera della giovane architetta Leila Araghian, quando ancora era 25enne, il progetto concepisce il ponte come luogo della vita e della socialità, oltre che naturalmente dell’unione e del confronto.

Non volevo fosse solo un ponte  di passaggio tra un parco e l’altro. Volevo che fosse un luogo dove la gente potesse sostare e riflettere.

Gli abitanti di Tehran lo vivono con entusiasmo grazie ai bar e ai ristoranti che trovano spazio nei tre piani di cui si compone, ma anche per merito della vista sulla metropoli e sui monti circostanti, delle comode panchine, opere di artisti, tutte diverse l’una dall’altra, e delle confortevoli pavimentazioni in legno. Oltre a numerosi gruppi di giovani amici, si vedono intere famiglie, con nonni e bambini, stendere una coperta per terra e fare un pic-nic (ordinatissimo, come abbiamo osservato ovunque), di giorno ma anche fino a tarda ora.

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Il dato più sorprendente, e che deve farci riflettere sulla complessa e contradditoria società iraniana, è la fiducia che è stata data a una professionista così giovane e per giunta donna. Leila Araghian vive in Canada, ma la possiamo senz’altro considerare rappresentante emblematica di quell’universo femminile che abbiamo riconosciuto anche nei nostri incontri come la parte più avanzata e consapevole del processo di modernizzazione. Il fatto che viva e lavori all’estero è il frutto delle sanzioni all’Iran: nonostante forse vincitrice di diversi premi, per anni non ha potuto partecipare a concorsi internazionali perche architetta iraniana.

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Il Tabiat Bridge si può raggiungere in taxi, naturalmente, oppure con il metro scendendo alla fermata Shahid Haqqani, per poi fare una breve passeggiata nel parco.

Come potete osservare anche da queste foto, il ponte dà il suo meglio nelle ore notturne, le più apprezzate anche dagli abitanti della capitale. E dalle turiste italiane 😉 La popolazione di Tehran è infatti molto legata a questo luogo e lo mostra con fierezza ai visitatori.

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Tehran Parkour

Avevo sentito parlare già prima di partire dei ragazzi del parkour di Tehran. Poi è stato un taxista colto, adorabile e depresso che mi ha indirizzato nella palestra urbana della metropoli, a Ekbatan.

Questo è il nome del grande quartiere residenziale progettato nel 1975 sul finire dell’era dello Scià con ingenti investimenti, un’opera che presenta grandi spunti di modernità e di innovazione.

In effetti, passeggiando tra le sue strade, il quartiere mi ricorda l’architettura sociale di cui abbiamo esempi anche a Milano, per esempio nel Quartiere Gallaratese a firma del grande maestro Carlo Aymonino in collaborazione con Aldo Rossi. Una modernissima concezione di edilizia popolare con spazi comuni destinati alla socialità e all’autosufficienza commerciale.

Nel 1979 la Repubblica Islamica nazionalizza le imprese costruttrici e porta a termine il progetto.

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Proprio qui ha sede il quartier generale degli atleti un po’ anarchici del parkour. Un altopiano di sabbia con tanti attrezzi costruiti dai ragazzi per i loro allenamenti. Una collina da cui si domina il quartiere, una casetta, in realtà una piccola baracca costruita con legni  diversi, che però stupisce per la cura e il senso estetico, dove si tengono le riunioni del gruppo.

I ragazzi mi accolgono come un ospite di riguardo, gentilissimi a dispetto del loro apparire rudi ed estremi. Si esibiscono per me, volteggiano agili e motivati, ne intuisco i leader, istruttori riconosciuti.

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“Quando pratichiamo il parkour rafforziamo la fiducia in noi stessi.” spiega Mohammad, “Qui nessuno impone nulla: è la bellezza della libertà che troviamo nel superare i limiti del pensiero. La città è il nostro luogo, gli ostacoli sono i trampolini, quando ti muovi connetti orizzonti diversi e te ne appropri.”

Ancora una volta non posso non pensare alla simbologia, alla metafora che in tutta evidenza ci parla di loro, di noi, di tutti. Ancora una volta sono le isole, gli arcipelaghi, i microcosmi di questa metropoli che si manifestano.

Parlando con questi ragazzi  si nota subito che non è il culto del corpo o l’edonismo la loro motivazione, ma semmai la ricerca della libertà e l’appropriazione in prima persona dello spazio comune.

La loro è una comunità in cui tutti sono interconnessi con i vari social. Sono in contatto con i loro simili di altre zone del mondo, per esempio con i ragazzi di Kabul che praticano il parkour sulle macerie della guerra. Mi mostrano le immagini di detriti usate come palestra: è come se l’energia vitale soffiasse via la morte sociale, la condanna cosmica della guerra.

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Ormai è sera, il buio avvolge la collina, altre sagome si uniscono al gruppo. Felpe più pesanti racchiudono i segreti dei partecipanti: anche la componente femminile pratica questo sport, naturalmente in modo clandestino. Le loro montagne da scalare sono ancora più alte, ma questo non è un problema, solo uno stimolo in più.

Ci lasciamo con grandi abbracci e con la promessa di tenerci in contatto. Spiriti liberi, avete la mia solidarietà e la mia amicizia: il genere umano è davvero meraviglioso.

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Hanna, un accogliente boutique hotel a Tehran

Ci siamo capitati per caso. Cercavamo un caffé di tendenza che ci avevano consigliato, e siamo capitati in questa piccola strada chiusa, Lolagar Alley, un’oasi di tranquillità nel caos di Tehran. Ai lati della strada edifici perfettamente simmetrici con due ampi bow-window aggettanti e imponenti. Da una parte l’insegna dal design sobrio e pulito di un hotel. Ci siamo incuriositi e abbiamo bussato.

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Così, siamo stati accolti con gentilezza e, con giusto orgoglio, ci è stato mostrato e raccontato con piacere questo delizioso hotel di sette stanze, ospitato in un edificio quasi secolare restaurato da poco.

Hotel Hanna - Kamar room
Stanza Kamar, cioè Arco

Lo studio di architettura che ha curato il progetto (Persian Garden Studio) è partito dalla storia dell’edificio. Nel 1930 i due fratelli Lolagar fecero costruire due edifici gemelli, uno dei primi esempi nella capitale di abitazione non protetta da mura e spazi chiusi, ma proiettata con ampie finestre verso l’esterno.

Lolagar Alley
Lolagar Alley

La ristrutturazione ha inteso trovare un equilibrio tra la tradizione persiana e la più moderna architettura iraniana. Ogni stanza è differente, ma tutte con un disegno fresco e pulito che le accomuna. Stoffe, oggetti, quadri alle pareti fanno riferimento da un lato alla cultura etnica, dall’altro all’arte contemporanea.

Hotel Hanna - Hamsayeh room
Stanza Hamsayeh, cioè Vicinato

Per la sua accoglienza e la sua atmosfera, l’Hotel Hanna ci è sembrato un ottimo posto dove stare a Teheran, magari arrivando prima di partire per un viaggio nel paese. I prezzi sono in linea con altri alberghi della città dello stesso livello.

Hotel Hanna - Ojagh room
Stanza Ojagh, cioè Cuore.

Abbiamo tentato di fermarci lì, prima di riprendere il volo per l’Italia, ma era Nowruz, il capodanno persiano, e tutte le sette stanze erano occupate. Ma contiamo di tornarci la prossima volta in Iran. E questa volta prenotando con anticipo.

Questo il link al sito dell’hotel.

Questo invece il link al post sull’inizio del nostro ultimo viaggio a Tehran.

 

I caffè di Tehran

Ci avevano detto: non potrete dire di conoscere  Tehran se non avrete frequentato i suoi caffè.

E quindi, in questo secondo viaggio, non ce li siamo fatti mancare. Abbiamo seguito i consigli di un giovane amico, Hajir, che dopo aver studiato e insegnato arte per un  periodo a Firenze, è tornato nella sua città.

Così, nel suo italiano pressoché perfetto, con forte accento fiorentino, ci ha elencato alcuni dei locali più di tendenza tra la gioventù colta, accogliente e raffinata di Teheran.

Naturalmente questi di cui parliamo sono solo alcuni, perché nell’immensità urbanistica della capitale iraniana ogni quartiere ha i suoi locali e inoltre ne nascono e fioriscono continuamente di nuovi. I caffè, infatti, sono un elemento vitale della città, sono il suo respiro, seguono il ritmo del suo cuore. Senza i caffè sarebbe più difficile parlare d’arte, far conoscere un libro, ascoltare un genere musicale, dibattere di politica interna e internazionale, trovare consolazione nella condizione comune di vittime della crisi economica.

Questi caffé uniscono la lunga tradizione delle teahouse persiane con le influenze dei locali occidentali. Nascono in genere come esigenza di piccoli gruppi che vogliono trovare spazi di aggregazione e di espressione, diventando presto luoghi di resistenza sociale: anche il loro design e le scelte architettoniche riflettono la voglia di creare nuove realtà non omologate.

Tehroon

Il Tehroon Cafè è uno dei più conosciuti della nuova generazione di locali: qualsiasi abitante del District 6, nella zona centrale, ti sa dire come raggiungerlo. Il suo nome è il nome antico di Tehran, con una vocale mutata che cambia completamente il suono della parola. Vuole forse richiamare alle glorie passate della capitale? Certo dà l’idea di una lunga tradizione di luoghi dove bere, assaporare il cibo e conversare.

Ho parlato di caffè come luogo d’incontro di giovani, ma il Theroon è soprattutto il caffè delle donne di tutte le età, che qui si trovano in un’atmosfera delicata e leggera, libere di essere persone che intrecciano relazioni e che elaborano idee.

Café Tehroon - Tehran, Iran

All’esterno un grazioso giardino fiorito allestito da tavoli: come molte abitazioni del District 6, il Tehroon si sviluppa infatti tra un cortile interno, che i muri proteggono dalla strada, e un corpo chiuso centrale.

Café Tehroon - Tehran, Iran - ph. Paolo Sacchi

Le pareti sono coperte da librerie, dove i testi dei poeti si alternano a letteratura contemporanea.

Café Tehroon - Tehran, Iran

Qui il cibo è ottimo, presentato in modo estetico e invitante, le ricette sono quelle classiche iraniane, ma sempre rivisitate e impreziosite. Anche una semplice colazione diventa occasione per gustare sapori imprevisti, dolci e salati.

Café Tehroon - Tehran, Iran

Cafè Tehroon – District 6 – N. 39, Khosro St., Villa St.

Karfe

Forse più di altri, il Karfe Cafè è un vero centro culturale. La cucina è decisamente apprezzabile, la ristrutturazione degli spazi piacevole, il giardino interno, tipico delle vecchie case di Tehran e abitato da una languida comunità di gatti, fresco e accogliente. Ma il principale motivo di attrazione del Karfe è certamente il clima intellettuale, nella migliore accezione del termine, che vi si respira.

Karfe Café - Tehran, Iran

Sarà che l’idea di questo caffè nasce tra un gruppo di artisti che volevano avere uno locale familiare e intimo dove lavorare, pensare, studiare. Sarà l’estrema vicinanza con il parco e la Casa degli Artisti, centro propulsivo per i giovani creativi. Sarà tutto questo, ma in questo caffè non c’è dubbio che l’atmosfera sia di pace, arte e cultura.

Qui vengono ospitati meeting e seminari di lavoro, incontri con gli autori, piccoli concerti. Non a caso noi, arrivati per un appuntamento con un amico, ci siamo trovati nel bel mezzo della presentazione del programma di una casa discografica.

Karfe Café - Tehran, Iran

E comunque abbiamo fatto un’ottima colazione.

Café Karfe – N. 17 Bizhan Torabi St. , vicino al Parco degli Artisti

In/ja

L’In/ja Book Café nasce come galleria d’arte e scuola di teatro, aperto da un giovane e famoso attore del cinema iraniano, Saber Abar. Ma anche questo è diventato presto uno spazio a tutto tondo, dove passare ore piacevoli leggendo, chiacchierando e gustando buon cibo fatto in casa. Noi siamo arrivati dopo l’ora di pranzo, perciò ci siamo ‘accontentati’ di un dolce alle mandorle, ma che ci ha lasciato a bocca aperta.

In/ja Book Café - Tehran, Iran

Per arrivare alla galleria e al caffè In/ja bisogna sapere dove si trova: è infatti solo una porticina, quasi senza alcuna insegna, in fondo a una strada chiusa. Per entrare bisogna bussare, come in una abitazione privata. Poi, dentro, una casa-galleria accogliente, arredata in uno stile eclettico, con molti spazi dove conversare o anche isolarsi con un libro.

In/ja Book Café - Tehran, Iran

Quindi il patio fiorito con diversi tavolini di varie dimensioni. In fondo al giardino si apre una serra dalle pareti in vetro dove si possono comprare piante e fiori recisi.

In/ja Book Café - Tehran, Iran - serra

In/ja Book Café – N.4 Pedram Alley/Nofel Loshato St.

Reera

Questo caffè si trova non lontano dalle ambasciate francese e italiana, perciò è frequentato da un pubblico decisamente cosmopolita. Si apre in una strada chiusa molto tranquilla, un mondo a parte rispetto alla Tehran più trafficata. Poco più in là si trova anche il grazioso Boutique Hotel Hanna, di cui parliamo in questo post.

Il locale è ospitato da un bell’edificio in mattoni, con un giardino raccolto, con piante fiorite e sculture in ferro. Il design degli spazi interni è moderno ed eclettico, con oggetti di modernariato interessanti e un clima davvero confortevole.

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Abbiamo apprezzato anche il cibo: zuppe e insalate deliziose, i centrifugati di frutta e verdura con abbinamenti inconsueti ma azzeccatissimi. Spesso vengono proposti piatti internazionali (per es. la nostra zuppa di cipolle era quasi parigina), con una notevole attenzione alla cucina vegetariana, che in Iran non è certo una cosa scontata.

Café Reera – N.5, Lolagar Alley

Gol Rezaeieh

Questo è il più antico dei locali che abbiamo visitato, con una storia lunga oltre novant’anni. Più che un caffè è un piccolo delizioso ristorante che presenta cibi della tradizione iraniana, con un menu molto vasto. E’ situato proprio di fronte al Museo del Vetro e della Ceramica, è sufficiente attraversare la strada. E’ anche molto vicino alla sinagoga: sì, perché a Tehran vivono circa 35 000 ebrei.

Ciò che caratterizza il Gol Rezaeieh è l’atmosfera, creata dalle luci calde e basse e da inumerevoli foto di musicisti e star del cinema alle pareti. Anche la scelta della colonna sonora non è banale: musica occidentale anni Ottanta, non così usuale nei locali pubblici di Tehran.

Gol Rezaeieh Café  e Restaurant -Tehran, Iran

Rush

Nella stessa strada del l Rush Café, a sua volta vicinissimo al Museo del Cinema, uno spazio espositivo di estremo interesse: il cinema iraniano ha una lunghissima tradizione, fin dagli albori di quest’arte, e ha avuto e ha tuttora grandi rappresentanti nella regia e nella recitazione.  Questo museo, situato in una pregevole dimora storica e circondato da un piacevolissimo giardino, merita certamente una visita.

Museo del Cinema - Tehran, Iran

Terminata la digressione, torno al caffè Rush che, a dispetto del nome, è il luogo ideale per una sosta tranquilla. Frequentato da attori e giovani filmaker, si trova al piano terra di un palazzo dedicato al cinema: al piano superiore si fanno eventi, proiezioni di film, si possono acquistare pellicole internazionali e altro materiale legato alla settima arte.

Rush Café - Tehran, Iran

Noi siamo stati all’interno, perché la giornata era piovosa, ma il caffè ha grandi vetrate affacciate su un giardino che prende vita con il bel tempo. Un posto tranquillo dove conversare e lavorare. Ma ormai avete capito che i caffè di Tehran sono ben altro che semplici caffè.

E anche qui cibo ottimo, come la nostra non banale insalata.

Rush Café - Tehran, Iran - Insalata

Rush Café –

 

 

 

 

 

 

 

 

Viaggio in Iran, partendo da Tehran

Tornare in Iran dopo quasi due anni è stata certamente una grande emozione. Si trattava di confermare o smentire le impressioni del viaggio precedente. Si trattava di vedere se quella piacevole sensazione di venire ben accolti e coccolati, di essere degli ospiti preziosi e desiderati si sarebbe ripetuta. E anche se avremmo apprezzato di nuovo la magia delle città già visitate, o se avremmo trovato quella stessa magia anche in zone non ancora esplorate.

Soprattutto avevamo voglia di ritornare per raccontare meglio e con più consapevolezza  alcuni tratti di un paese che, tra tanti, ci aveva colpito così nel profondo, tanto da lasciarci un mal d’Iran difficile da dimenticare.

Il metodo a liana

Metodo a liana: questa la definizione che abbiamo dato al nostro vagabondare nel paese. Incontri qualcuno, che ti fornisce un contatto, che ti racconta di un luogo, che ti suggerisce una visita. Da questo nuovo evento ne scaturisce un altro, perché si parla, si collega, ci si informa, si fanno nascere nuovi desideri di scoperta.

Perché, mai come in Iran, da un incontro, da un saluto, da un tè bevuto insieme può derivare una nuova indicazione per andare a conoscere altri luoghi e altre persone.

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E così è stato questa volta. Qualche contatto ereditato dal viaggio precedente, un po’ di ricerca in Internet, alcuni amici di amici iraniani che vivono in Italia: siamo partiti con qualche numero di telefono (che sia benedetto whatsapp!) che sono stati la base dei nostri primi incontri a Tehran. Questo il nostro incontro con Hoora, una giovane amica di un’amica.

Ma tranquilli: il metodo a liana in Iran funziona comunque, anche se non vi preparate. Questo è un paese dove l’ospitalità è sacra, dove è il padrone di casa, autenticamente onorato, a ringraziare l’ospite, dove l’orgoglio sano per le proprie radici e la propria cultura sopravvive nonostante le oggettive difficoltà. Quindi lungo il vostro cammino troverete in ogni caso qualcuno che farà da ponte per voi verso nuove tappe.

Si comincia da Tehran

Nonostante quello che dicono le cifre che si trovano in molte fonti (8 milioni di abitanti in città e 12 milioni nella conurbazione), i dati reali della Grande Tehran, che tutti quelli che ci abitano conoscono, parlano ormai di 15 milioni di persone. A cui si aggiungono ancora altri abitanti diurni, una folla di persone che abita ancora più all’esterno, ma che arriva per lavoro, per studio, per affari ogni giorno, utilizzando il treno, l’autobus, l’auto e anche l’aereo. Una città enorme, sovraffollata, trafficata. E, naturalmente, inquinata.

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Per gli occidentali è una tappa obbligata: quasi tutti i voli che ci collegano all’Iran atterrano in uno dei due aeroporti che si estendono alla periferia della città, il Khomeini, mentre l’altro, il Mehrabad, è riservato ai voli interni.

E’ anche praticamente obbligata la sosta di almeno una notte nella città, perché per ottenere il visto è necessario fornire l’indirizzo di un albergo.

Sia la prima volta sia la seconda abbiamo prenotato per la notte del nostro arrivo la camera in un hotel onesto, il Golestan hotel,  centrale e accogliente, anche se forse le camere sono un po’ troppo essenziali, comunque pulite e con il bagno in camera. La colazione è molto piacevole, preparata al momento nel barettino con giardino interno.

DSCF0216xwsUn buon modo per cominciare il viaggio in Iran, anche perché si è a due passi, reali, da una fermata della metropolitana e, inoltre, da uno dei più vasti parchi cittadini e dal Palazzo Golestan, la maggiore testimonianza architettonica della città. E anche da uno dei due grandi bazaar.

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Ma certo il Golestan hotel non è l’unica possibilità: potete immaginare quanta scelta di accoglienza alberghiera può offrire una città come Tehran. Abbiamo vissuto due altre esperienze, all’opposto, si può dire, ma entrambe assolutamente consigliabili: dipende da che cosa richiedete da una notte in albergo.

L’hotel Hanna è un boutique hotel, piccolo, raffinato, situato in una strada chiusa, quindi con una situazione di tranquillità quasi unica a Tehran. In questo post potete avere maggiori indicazioni e vedere le foto che abbiamo fatto alle diverse stanze.

See you in Iran è invece un ostello, il classico ostello per giovani come si può trovare in moltissime città europee, ma che in Iran è certamente più sorprendente. In questo ostello si respira un’aria colta e cosmopolita. Le camere sono spartane, ovviamente: noi abbiamo avuto una stanza con letti a castello che ci ha portato indietro di qualche decennio.

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Ma tutto pulitissimo, con scelte intelligenti e messaggi carini alle pareti. Anche in questo caso, colazione più che soddisfacente nella piacevole area comune. Questo il loro sito: visitate anche le pagine degli altri ostelli della piccola catena, uno sul Caspio e uno a Mashad, seconda città dell’Iran, sono sistemazioni molto interessanti e decisamente particolari.

Se you in Iran ha anche un gruppo Facebook, See you in Iran Cultural House, di cui io facevo già parte da prima del viaggio precedente, su suggerimento dell’inquilino iraniano nella casa di mia madre. E’ un gruppo aperto e democratico, dove chiunque può comunicare, scrivere le sue impressioni o chiedere consigli per il suo viaggio in Iran. E’ utile visitarlo prima della partenza, si cominciano a conoscere molti aspetti del Paese. Comunque mi ha emozionato arrivare, per caso, nella sede centrale del gruppo. Ma, si sa, io mi commuovo facilmente.

Che cosa vedere a Tehran

Viste le dimensioni e il caos urbano, la maggior parte dei turisti resta nella capitale il meno possibile, giusto il tempo di visitare, appunto, lo splendido Palazzo Golestan, sito del Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, o Sa’dabad, una serie di palazzi immersi in un grande parco, residenza estiva dello scià e della sua corte, e dopo la rivoluzione trasformato in un complesso museale. O Niyavaran, altra residenza imperiale, circondata da cinque ettari di giardini, che ora ospita cinque differenti musei.

Magari, al termine del viaggio,  ci si ferma a Teheran una giornata per vivere l’emozione di fare acquisti nei due principali bazaar, lo storico Tajrish o l’immenso Grand Bazaar.

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E invece… e invece Tehran può riservare diverse sorprese e può costituire una parte importante del viaggio in Iran.

Oltre alle grandi raccolte d’arte antica o moderna, come il ricco Museo Reza Abbasi, il Museo dei Tappeti o il Museo d’Arte Contemporanea, voluto e inaugurato da Farah Diba, moglie dello scià, Tehran ospita numerosi musei minori, ma curati e di grande interesse. Noi ne abbiamo visitati alcuni, consigliati e guidati da artisti e scrittori che abbiamo incontrato.

Museo del Vetro e della Ceramica

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Il Museo del Vetro e della Ceramica (Glassware and Ceramic Museum of Iran o Museo Abgineh) è ospitato in un prezioso edificio storico, che era la casa di Qavam os-Saltaneh, primo ministro iraniano negli anni ’40. Anche solo una visita al palazzo è degna di nota: unisce in modo armonico elementi orientali ad altri occidentali, bellissima la scalinata in legno.

scalaGli oggetti esposti, di varie epoche, alcuni antichissimi, sono di grande interesse storico, ma anche conoscendo poco la storia della Persia si resta stupiti per la raffinatezza delle lavorazioni e il livello estetico dei disegni. Visitandolo ho pensato a quanto piacerebbe alla mia amica Silvia Levenson, talentuosa artista del vetro. Piccolo, prezioso. Consigliatissimo.

Museo della Calligrafia

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E’ il museo più recente, inaugurato nel 2017.  La TBO è un’associazione il cui nome può essere tradotto con “Rendere bella Tehran“; acquista edifici di alto valore architettonico e culturale, emblematici per la città, e li ristruttura restituendoli ai cittadini. Anche il palazzo che ospita il Museo della Calligrafia, un tempo abitazione di un importante senatore dell’epoca dello scià, è stato ottimamente restaurato dalla TBO e adibito a spazio espositivo permanente.

DSCF1243 okBisogna tener presente che la calligrafia persiana è una vera forma d’arte, elemento mistico fondamentale della cultura islamica. Anche se la maggior parte delle opere esposte (su carta, pergamena, ceramica, legno, gioielli e altri supporti) proviene da poche grandi collezioni, sono molti gli artisti contemporanei che continuano a utilizzare la calligrafia all’interno dei loro lavori. Non aspettatevi quindi un museo che raccoglie estetizzanti scritte in persiano, ma una vera raccolta di opere a volte davvero sorpendenti. E alla fine della visita non perdetevi lo store del museo, con una vasta proposta di gioielli e oggetti per la casa prodotti da giovani designer, sempre liberamente ispirati al tema della calligrafia.

La Casa degli Artisti

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Nel cuore del District 6, la Casa degli Artisti è un bell’edificio che si erge al centro di un piccolo parco quadrato che porta lo stesso nome. Otto spazi espositivi su due livelli ospitano mostre che cambiano ogni mese. Pittura, scultura, fotografia, moltissima grafica (abbiamo visto bellissime locandine di cinema e teatro), nuove tecnologie: tutte le tecniche artistiche sono rappresentate e viene dato amplissimo spazio alle produzioni dei giovani artisti.

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Nell’edificio convivono poi alcuni negozi, tra cui uno, fornitissimo, di musica, un caffè con tavolini all’aperto e un ristorante vegetariano che ci dicono ottimo, ma che era chiuso per lavori quando siamo passati.

Ecco un elenco dei palazzi e musei citati nel post, certamente sufficienti per farsi un buon quadro dell’arte persiana:

  • Palazzo Golestan
  • Complesso di Sa’dabad
  • Complesso di Niyaravan
  • Reza Abbasi Museum
  • Museo del Tappeto
  • Museo d’Arte Contemporanea
  • Museo del Vetro e della Ceramica
  • Museo della Calligrafia
  • Casa degli Artisti

 

Continuiamo a parlare di Tehran nei prossimi post.

 

 

 

 

 

 

CAMPUS: La temperatura del colore

I nostri occhi sono dei meravigliosi fantastici IMBROGLIONI. Sì, avete capito bene il nostro sguardo è filtrato e influenzato dalle nostre esperienze, dal nostro cervello. Guardando una scena siamo portati a pensare che la luce sia sempre bianca e “pulita” e i contrasti sempre leggibili in tutta la gamma, dall’estremo chiarore allo scuro più intenso.

Non è così per la fotografia. La riproduzione dei colori e l’influenza della dominante sono date principalmente dalla temperatura del colore che si può misurare in gradi Kelvin. Ad esempio, la temperatura della luce diurna (daylight) è di 5.500°K mentre quella di una lampadina al filamento di tungsteno è di 3.200 °K.

Le luci calde dell’alba e del tramonto sono intorno intorno ai 2.800°K. nelle zone illuminate dal sole e, al contrario, sono molto fredde nelle zone d’ombra, arrivando anche a 11.000 °K.

La macchina fotografica non ha esperienze e non può filtrare tutto attraverso il cervello. Però può avere, nel caso delle digitali, degli algoritmi, dei software, che implementano queste ed altre conoscenze.

Torniamo per un attimo all’occhio “imbroglione”. Si è detto che se guardiamo una scena illuminata da una luce calda il vostro sguardo fltra questa luce carica di dominanti giallo-rosse fino a farci apparire la gamma dei colori visibili puliti. Se però all’interno della scena c’è un termine di paragone opposto, per esempio una seconda luce con diversa temperatura colore, ecco che il nostro sguardo viene costretto a descriverci le due luci come diverse tra loro e portatrici di differenti dominante colore.

Un esempio ci aiuta a chiarire meglio il concetto. Siamo all’imbrunire di una limpida giornata; il sole è calato e stiamo osservando una casa di campagna illuminata dall’interno dalla luce di una lampadina. Tutto il paesaggio risulta intensamente blu ma l’interno della casa ha una luce caldissima, ricca di giallo. Proviamo ad aspettare qualche minuto e la luce dell’imbrunire lascia spazio al nero della notte. La stessa stanza illuminata dalla fioca lampadina ci apparirà ora illuminata normalmente, non più così smaccatamente gialla. Conclusione: l’occhio percepisce la differenza solo in presenza di fonti luminose con opposte temperature colore.

Abbiamo detto però che le fotocamere digitali hanno normalmente degli algoritmi che possono regolare la ripresa tenendo conto delle diverse temperature colore.  Esiste sempre la funzione AWB (automatic white balance) che rileva automaticamente la media delle temperature colore presenti nella scena. Nelle migliori fotocamere il range coperto è tra i 2.800°K e i 10.000°K.

Se si desidera maggiore precisione si consiglia di usare la funzione “white balance personalizzato”. Consiste nell’inquadrare una superfice sicuramente bianca, scattare una foto, e seguire la procedura di individuazione della corretta filtratura per ottenere la migliore resa cromatica possibile.

Infine due raccomandazioni. Tenete sempre conto che i limiti possono diventare preziose opportunità: per la fotografia creativa le dominanti sono impagabili spunti. Secondo, scattando in Raw con gli apparecchi che lo consentono, potrete applicare la più consona delle filtrature in fase di editing.

CAMPUS: Tempi & Diaframmi

Potremmo considerare questa la prima lezione. Partiamo da appunti dedicati a chi ha scarse conoscenze della materia. Questo non esclude il fatto che un po’ di ripasso possa essere utile a tutti quanti.

La corretta esposizione e la profondità di campo

Si tratta di trovare il giusto dosaggio della luce che va a impressionare la pellicola, nel caso di una macchina fotografica analogica, oppure un sensore, nel caso di una camera digitale.  Questa sensibilità che si misura in ISO.

  • Il giusto dosaggio è dato dal rapporto esistente tra il diaframma e il tempo di apertura dell’otturatore.

Ovviamente, più il diaframma è aperto e più luce passa da questa apertura.
Al contrario, più il diaframma è chiuso meno luce passerà.  Per compensare, i tempi di otturazione dovranno perciò essere più lunghi.

  • Ad ogni chiusura di diaframma deve corrispondere il raddoppio della durata dei tempi di scatto.
  • Viceversa, un’apertura di diaframma permette di dimezzare il tempo.

 

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Questa regola basilare è il fondamento numero uno dell’intervento creativo nel realizzare una immagine.
Perché ha a che fare con la profondità di campo che altro non è che la porzione di spazio a fuoco all’interno della composizione.

  • Se voglio ritrarre una soggetto astraendolo dallo sfondo, che desidero sfuocato il più possibile, userò un diaframma molto aperto.

Specialmente con le focali più lunghe, questo mi restituirà la massima attenzione sul soggetto e uno sfondo indefinito fatto di toni sfumati e oggetti irriconoscibili. Al contrario

  • se desidero la massima nitidezza su tutta l’inquadratura sceglierò un diaframma molto chiuso.

Ora vi beccate l’esempio del buco della serratura. Di solito lo racconto ai bimbi, ma è molto utile a tutti, credetemi.

Chiudete gli occhi e immaginate. Siete in una stanza buia. C’è di fronte a voi una porta con il foro della serratura molto, molto stretto.
Da quello passa un filo di luce, sì proprio un filo quasi una retta. I punti di fuoco si incontrano sulla retta e procedono per lunghi tratti insieme.

  • Questo è il diaframma più chiuso, che crea grande profondità di campo, cioè una grande porzione di immagine a fuoco.

Immaginate ora un foro della serratura grandissimo. Da quello entra tantissima luce nella nostra stanza buia. I punti di fuoco si incontrano e presto si divaricano.

  • Questo è il diaframma più aperto, che ha un punto a fuoco e il resto sfuocato.

Conclusione: l’immagine perfetta nasce dal giusto dosaggio della luce e dalla scelta di regia per quello che riguarda la profondità di campo (fuoco e sfocatura).

Se lo volete decidere voi tutto ciò, dovrete lavorerete in manuale. Ma, se preferite, ci sono automatismi che hanno implementato questa ed altre regole.