TACCUINO: Laccadive e Bella Ciao

Una cara amica, Carla, mi ha raccontato il suo ricordo di una vacanza di quasi 50 anni fa. Fu un viaggio, praticamente improvvisato, in un arcipelago dell’Oceano Indiano che allora non conosceva il turismo. Ma anche oggi le Laccadive sono una meta non ancora coinvolta nel turismo di massa. Il posto ideale dove staccare davvero la spina e lasciarsi trascinare in un viaggio indietro nel tempo.

Il racconto di Carla: le isole Laccadive negli anni Settanta

Negli anni Settanta, durante le vacanze di Natale, con mio marito e un gruppo di amici tutti appassionati subacquei, abbiamo fatto molti viaggi nel mari tropicali, in giro per isole o in barca. Erano sempre posti paradisiaci, allora ancora fuori dai circuiti turistici.

Nel 1973 avremmo dovuto essere i primi ospiti di un piccolo villaggio sulla costa del Mar Rosso, sotto Hurghada, nota per la bellezza dei fondali marini. Però gli amici che avevano organizzato e costruito il piccolo villaggio, poco prima della partenza, ci avvertirono che in realtà gli alloggi non sarebbero stati pronti in tempo.

Ma nessun problema! Avevano già previsto un’altra meta: le Laccadive, un arcipelago dell’Oceano Indiano, al largo di Kochin, che non era stato visitato da nessun occidentale da oltre cento anni. Nessun abitante aveva perciò mai visto un bianco.

Il governo indiano voleva capire se sarebbe stato possibile creare di quelle isole dimenticate un polo turistico, e noi saremmo state le cavie di questo esperimento.

Come rifiutare un’avventura come questa?
Quindi partimmo per l’India, in aereo fino a Mumbai (allora era chiamata ancora Bombay), poi in macchina verso sud per molti chilometri, lungo la costa occidentale,
attraverso un’infinità di piccolissimi centri abitati, fino a Kochin. Da lì, ci saremmo imbarcati per le Laccadive con il postale che una volta alla settimana faceva il giro a portare merce alle isole.

Il postale era  una vecchia nave risalente ai tempi del colonialismo inglese, con due grandi cabine: una per le donne, l’altra per gli uomini; sul ponte casse di merce, bambini, capre e galline.

Dopo due giorni di navigazione con varie soste, arrivammo alla meta. Ci aspettava un’isola come quelle raccontate dai navigatori dei secoli passati: nessun porto, solo palme e capanne e alcune canoe che vennero a prenderci per portarci a riva. Il capo villaggio ci aspettava circondato da tutti gli abitanti.

Ci portarono subito in un grande edificio in legno al centro del paese, sormontato da un tetto di paglia. All’interno c’era un’unica grande sala, dove venimmo cerimoniosamente accolti, servendoci, con grande rituale di tradizione locale, deliziose noci di cocco, riempite di latte di cocco condito e piccole prelibatezze.

Quella sala, ci dissero, era il tribunale delle isole, mai utilizzato per l’assenza di crimini da giudicare. Lì venne sistemata una coppia di nostri amici e i loro due figli. Gli altri sarebbero stati negli uffici del tribunale, arredate con letti e qualche sgabello di bambù costruiti per l’occasione.
Non erano presenti servizi igienici, ma il capo villaggio aveva fatto costruire, su indicazione dell’ente turistico indiano, due wc e due docce, proprio nel bel mezzo della piazza, sotto gli occhi straniti degli abitanti che non capivano a cosa servissero.

I locali avevano finestre, ma senza vetri e senza tende. Ogni due per tre, il viso curioso di qualche bambino sbucava, sorridente e divertito, nonostante i pareo che cercavamo di appendere a mo’ di tenda, per un minimo di intimità. Dopo qualche giorno, sempre gentili e premurosi,  fissarono con qualche chiodo della carta di giornale all’intelaiatura.

L’ente del turismo, vista l’assoluta assenza  di alberghi e ristoranti, aveva pensato di farci accompagnare da un cuoco, partito con noi da Kochin, ed equipaggiato con due pentoloni enormi, moltissime spezie e un sacco di cipolle. Per il resto avrebbe dovuto arrangiarsi con quello che l’isola aveva da offrire. Pochissimo.

Il povero cuoco era nepalese, non parlava altro che la sua lingua, ed era tristissimo perché per  la prima volta veniva allontanato dal suo villaggio e dalla sua famiglia, e oltre a tutto soffriva il mal mare!
Ogni mattina partiva con noi col suo pentolone, riempito di carote e verdure, un po’ di riso o patate e sedeva sul bordo della barca che ci avrebbe portato sul reef, con aria afflitta, e lo sguardo perso sul mare e l’orizzonte lontano.
Soffrivo il mare anch’io, così mi sedevo di fianco a lui, per condividere la sofferenza e cercare di scambiare qualche parola.

Arrivati a riva all’isolotto previsto per quella giornata, sbarcavamo le nostre attrezzature da sub, il cuoco con il pentolone e ognuno partiva per il suo giro di esplorazione o pesca.
Il cuoco nel frattempo accendeva un fuoco sulla spiaggia, riempiva il pentolone d’acqua, spezie e verdure e man mano che qualcuno arrivava con un pesce, il cuoco lo puliva e lo buttava a cuocere.
Alla fine della mattina, all’ora di pranzo, affamatissimi, sotto un sole  cocente ci aspettava una zuppa bollente, ma deliziosa. E niente altro se non qualche cocco trovato per terra.
Vita molto spartana, dunque, ma è uno dei ricordi di vacanza più belli che ho.

Al pomeriggio, al ritorno dal giro in barca, passeggiavamo per il villaggio, gli abitanti ci guardavano, sorridevano e, senza mai importunarci, facevano tranquilli la loro vita.
I bambini, bellissimi, correvano davanti a noi con  i loro pareini colorati e stinti, ridendo e gridando. La mattina avevano la scuola, al pomeriggio erano liberi e felici.

La sera del 31 dicembre il capo villaggio ci invitò tutti per una grande festa, in piazza
attorno a un fuoco con tutti gli abitanti, compresa la maestra di scuola e i suoi alunni.
Dopo cena la maestra invitò gli scolari a rappresentare un piccolo spettacolo organizzato per noi.
Finito lo spettacolo, tenerissimo, la maestra – personaggio importante che sapeva un po’ di inglese – ci disse che adesso toccava a noi rappresentare qualcosa: una scenetta, della musica, forse un canto?

Noi allibiti, impreparati, cercammo di schermirci, ma non ci fu niente da fare: era un atto di ringraziamento dovuto e se lo aspettavano. Dopo una lunga confabulazione, scoprimmo di poter produrre come spettacolo collettivo soltanto una canzone.
Moderna? di montagna? difficle mettersi d’accordo. Finalmente uno del gruppo ebbe un’idea: cantiamo Bella Ciao! Tutti d’accordo,  partì il coro alla bell’e meglio e venimmo applauditi con molto calore da tutti.

Al pomeriggio del primo dell’anno,  facemmo la nostra solita passeggiatina fra le capanne, con la staffetta dei bambini che correvano come sempre festosi intorno a noi. E che cosa cantavano a squarciagola? Bella Ciao, dall’A alla Z!  e con un’ottima pronuncia!
La maestra aveva registrato il nostro canto e si erano esercitati.

Così, ancora adesso, sono sicura che, inspiegabilmente per chi non conosce questa storia, in un’isola sperduta dell’Oceano Indiano ci siano degli abitanti che cantano
Bella Ciao. Forse senza sapere perché, né che cosa vuol dire, ma la cantano tutta.
E io ne sono contenta.

 

 

La foto di copertina è tratta dal blog Il buio oltre la siepe, dove potete trovare anche alcune informazioni per un viaggio nelle Laccadive di oggi.

TACCUINO: L’isola di Amantanì, nel lago Titicaca

Certe cose partono da lontano, spesso dalla nascita o giù di lì. Forse avrei dovuto capire già da quello che disegnavo sui banchi di scuola alle elementari (navi e aerei in movimento verso lontane destinazioni, motociclette attrezzate per lunghi viaggi…) che non mi sarei fermato in quel piccolo paese sulle rive del lago.

La cosa che più mi affascinava era il mondo: mentre disegnavo mezzi di locomozione ero già partito anch’io… Invece di andare a giocare a calcio al campetto dell’oratorio, seguivo tracce e profumi nei boschi con il mio fido Dick. Invece della raccolta Panini del campionato di calcio, collezionavo le figurine de ‘Il mondo in casa’, oltre a tanti, tanti francobolli.

Naturalmente, con il passare degli anni, i confini delle mie esplorazioni si allargavano lasciando spazio a orizzonti via via sempre più ampi e affascinanti: prima le Alpi, Venezia, il sud d’Italia, compiuti i diciotto anni via via la Grecia, la Turchia, il Marocco, le Canarie, fino al grande sogno: l’America Latina. Partenza il giorno prima di Natale…

Portavo con me:

  • un biglietto Aeroflot valido un anno
  • il passaporto
  • un sacco a pelo
  • un diario
  • delle matite colorate
  • un po’ di denaro guadagnato raccogliendo uva e mele in Trentino
  • un maglioncino di lana colorato fatto a mano
  • un piccolo portafortuna regalatomi da una amica
  • e i miei vent’anni.

Verso il Titicaca

L’isola di Amantanì, situata sul versante peruviano del lago Titicaca, non sapevo nemmeno che esistesse… Ci sono arrivato così, portato dal vento, che ha avuto inizialmente la forma di un TIR che, sulla strada Panamericana, andava da Lima ad Arequipa. Avevo fatto l’autostop e mi sistemarono in modo precario sopra alcuni bidoni di olio della Esso.  Il vento mi ha poi trasportato su un trenino che arrampicava lentamente per tutta la notte fino ai quasi 4000 metri dell’altopiano, riscaldato solo dal calore umano di campesinos che masticavano foglie di coca, oltre ad alcune galline e una capra.

Che emozione l’arrivo all’alba: il blu profondo dell’acqua e quello del cielo che si toccavano. Un lago appena sotto il cielo, questo è il Titicaca.

Un café con leche caliente nella piccola cittadina di Puno e, senza indugiare un momento, ero già su un barchino che collegava le minuscole isole del Titicaca. Avevo fretta di conoscere questo mondo limpido e pulito, rarefatto come l’aria che si respirava.

Dopo aver attraversato lentamente gli isolotti galleggianti degli Uros, gente che vive di pesca su canne di totora intrecciate, il barchino si perse nel blu fino ad arrivare a Taquile, l’isola più conosciuta dove ogni anno si svolge la grande Fiesta del Sol.

Lungo il tragitto Juan, un campesino seduto al mio fianco, mi salutò in quechua e poi, in spagnolo fortunatamente, mi chiese se volevo andare a casa sua, ospite della sua famiglia. Naturalmente ne fui stupito e felice. Così, invece di scendere a Taquile, proseguii insieme a lui verso un’isola più piccola e ancora poco frequentata dai turisti: Amantanì.

Amantanì

L’isola sembrava la cima di un monte roccioso emerso dall’acqua. Semplici casette con il tetto di paglia e lamiera erano sparse qua e là. Piante di eucalipto isolate o a gruppi seguivano i sentieri stretti affiancati da muri di pietra creata da sassi impilati per far spazio a minuscoli appezzamenti di terra dove si coltivavano patate e mais. Tutto attorno il blu del lago contornato in lontananza dalla sagoma di montagne innevate. Un paradiso.

Juan aveva una famiglia stupenda: una moglie, tre figli e due anziani genitori. Incrociai i loro sorrisi che da allora mi accompagnarono per i  mesi seguenti. Mesi che non dimenticherò mai, vissuti esattamente come vivevano loro.

E io non desideravo altro: alzarmi all’alba per zappare la terra, mangiare nel campo patate e mais da intingere nell’argilla, celebrare le feste della comunità, ma anche lottare nella notte contro le pulci che non davano pace, giocare con i piccoli nel recinto degli animali… Intanto le pagine del mio diario si arricchivano di descrizioni e disegni, disegnavo ovunque, anche un enorme pavone colorato sulla parete della mia piccola stanza.

Ma sicuramente la cosa che più mi appassionava erano le esplorazioni. L’isola era piccola e potevo arrivare ovunque. Percorrevo i suoi sentieri da villaggio a villaggio e poi seguivo quelli più impervi che portavano sulla cima sacra del monte: da lì si dominava ogni cosa. Osservavo ogni minimo dettaglio, ascoltavo ogni suono di quella terra, di quella natura straordinariamente in armonia con l’uomo.

Dopo due mesi di mais e patate il mio stomaco però si ribellò e mi trovai a terra a contorcermi dal dolore. L’anziana madre di Juan corse nel campo e in breve tornò con un mazzo di erbe selvatiche: preparò una tisana amara che subito calmò gli spasmi. Ma era venuto il momento di partire.

Il giorno prima della mia partenza mi trovavo sulla cima del monte: volevo abbracciare e ringraziare con lo sguardo e con il cuore quella terra meravigliosa. Trasportato dal vento, cominciai a sentire il suono costante delle quene, delle zampogne e dei tamburi. Uomini e donne vestiti con i colori più belli della festa, in fila indiana, salivano suonando e ballando e cantando dai diversi villaggi per confluire sulla cima del monte sacro dedicato a Pachamama, la Madre Terra. Senza saperlo, mi trovai ad assistere alla festa propiziatoria del buon raccolto in cui, da secoli, si portano doni e rispetto alla Natura, madre di ogni cosa.

Vent’anni dopo mi arrivò una lettera con una foto: il disegno di un enorme pavone colorato. Julio, il figlio più piccolo di Juan, alla morte del padre trovò in un cassetto il mio indirizzo e mi scrisse dicendomi che qualcosa di me era rimasto sull’isola. Gli anni, il tempo, i traslochi mi hanno fatto smarrire quella foto, ma continua ad accompagnarmi il ricordo di quei mesi incredibili in mezzo al lago Titicaca.

volo condor

uaua

condor sogno

I disegni sono di allora, di un me ventenne, circa quarant’anni fa.

CAMPUS: Bianco e Nero vs Colore

L’eterno dilemma: quando scegliere la ripresa a colori e quando puntare decisamente sul bianco e nero?

Sappiamo benissimo che questo è un tema difficile e proprio per questo non ci sottraiamo ad alcune considerazioni. Per prima cosa vogliamo chiarire che sicuramente non esiste una scelta giusta e una sbagliata. Le motivazioni che i discepoli delle due fazioni sostengono sono spesso ragionevoli e interessanti. Noi preferiamo dire che dipende dalle situazioni e dal significato dell’immagine.

Proviamo qui ad analizzare le motivazioni più comuni e condivise a proposito delle due opzioni, ben sapendo che non possono essere considerate universalmente valide. Spesso, infatti, sono il prodotto di un vissuto culturale, ogni scelta indotta dall’aver assimilato nel tempo un determinato linguaggio.

Il bianco e nero

Si dice che il b/n aumenti la drammaticità dell’immagine. Questo è sicuramente vero anche perchè la storia della fotografia ci ha tramandato questa sensazione, insieme alla apparenza più colta che l’immagine assume. La grande foto di reportage e la stragrande maggioranza delle immagini capolavoro che tutti abbiamo in mente sono in bianco e nero e come tali le abbiamo amate e ci hanno influenzato. Tutto questo però è da considerare un effetto indotto dalla reiterazione di uno stilema.

Ma cosa c’è di vero, di oggettivo, al di là dell’esperienza ? Proviamo a riflettere. Il bianco e nero aumenta certamente il risalto dell’azione, del soggetto primario dell’immagine, riducendo al minimo le distrazioni che i colori possono indurre. Aggiungiamo che, normalmente, l’editing su queste immagini tende ad essere più marcato. E’ sempre stato così anche con le riprese in pellicola, basti pensare all’uso dei filtri per aumentare i contasti o per modellare le gradazioni dei grigi: ogni filtro schiarisce il suo colore e scurisce il colore complementare. Per non parlare della stampa artigianale in camera oscura che ha sempre offerto al fotografo molte possibilità di creazione e manipolazione dell’immagine anche intervenendo con le dita per togliere luce ai settori più “leggeri” del negativo per aggiungere esposizione ai punti più densi.

Il colore

Quando il colore è protagonista è difficile chiudergli la porta in faccia. La fotografia è spesso emozione e condivisione e questo lato del suo linguaggio si declina con la forza delle sfumature cromatiche. Oggi con l’editing digitale possiamo dirigere il colore come se fosse un’orchestra.  Spesso si dice che la scelta di riprendere a colori esalti la descrizione dei sentimenti. Inoltre il dosaggio del colore ci permette di saturare o dissolvere la potenza del chroma.

Possiamo anche qui riflettere sul colore in relazione al digitale arrivato probabilmente in questi anni alla sua maturità tecnologica. Nell’epoca dell’analogico il colore era spesso di difficile gestione. Come abbiamo spiegato in un’altra lezione di Campus, la temperatura del colore era allora davvero impegnativa da governare. Le pellicole erano tarate sulla temperatura esterna (5.500 gradi kelvin) ed erano poco malleabili in presenza di temperature colore diverse. Oggi il livello del bianco automatico delle fotocamere digitali garantisce una ottimale miscelazione della luce. Inoltre l’editing ci aiuta a ottimizzare il colore, plasmandolo in relazione al nostro progetto estetico.

Un’ultima riflessione, forse per i più esperti, ci può aiutare a essere meno radicali nel dover scegliere tra il bianco e nero e il colore in fase di ripresa. Lavorando in formato non compresso, possiamo rimandare la scelta al momento della post produzione. Infatti il Raw contiene in se stesso sia il bianco e nero sia il colore in tutte le sue sfumature. Lavorate quindi tranquilli e lasciatevi aperte le diverse possibilità.

In questo modo sarà l’evolversi del vostro stile a dipanare la questione, senza necessariamente imitare l’uno o l’altro dei nostri maestri di riferimento.

 

 

 

Notte a Yazd

Come ormai sapete, noi siamo innamorati dell’Iran, accogliente e immenso paese che presenta realtà geografiche diversissime: da cime imponenti che superano i cinquemila alle umide isole del Golfo Persico, da aridissimi deserti a zone lussureggianti attraversate da  torrenti impetuosi, da millenari siti archeologici alle sperimentali architetture urbane, ecc. ecc.

Ma Yazd, l’antichissima Yazd, città di oltre tremila anni, posta nell’esatto centro dell’Iran, Patrimonio Unesco dal 2017 per i suoi muri in adobe* e le sue torri del vento*, ci ha letteralmente stregato.

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Tutto il centro storico è da visitare, tra i suoi vicoli curvilinei interrotti da sorprendenti sottopassaggi, con le moschee, le vie del bazaar con i laboratori di artigianato, le dimore storiche sormontate da terrazze sui tetti.

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La magia più forte, letteralmente irresistibile, proviene dalla Yazd notturna, le cui luci, da quelle tenui del tramonto a quelle che illuminano la notte, trasformano i colori, senza alcun bisogno di filtri né per la macchina fotografica, né per la nostra mente.

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Magiche le luci del tramonto e anche quelle che rischiarano un poco il buio più profondo. Le luci che illuminano gentilmente le botteghe, quelle che escono dai panifici aperti fino a tardi.

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Le luci che avvolgono discrete gli avventori dei caffè sulle terrazze, che lasciano evidenziare quelle più intense che illuminano moschee e minareti.

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Per chi volesse approfondire

*Adobe è una parola antichissima, che risale probabilmente alla civiltà egizia e indica un materiale da costruzione particolare, molto economico. I mattoni in adobe nascono da argilla, sabbia e paglia seccata al sole, impastate con l’acqua. L’adobe ha un’importante caratteristica termica:  mantiene il calore durante l’inverno e lo rilascia in estate, con una temperatura piacevole e costante in tutte le stagioni. La pioggia può scioglierlo e per questo è tipico dei climi aridi e, in ogni caso, necessita di una continua manutenzione. La bellezza dell’adobe è data dalla sua consistenza porosa e dal suo colore, che muta in diversi toni caldi a seconda delle ore della giornata. Era costruita in adobe Çatalhöyük, in Anatolia, la più antica città a oggi conosciuta. Questo materiale da costruzione era molto diffuso anche in tutto il Mediterraneo: in Sardegna è chiamato ladiri.

*Le Torri del Vento (windcatcher in inglese, badghir in farsi) sono una soluzione architettonica naturale per permettere la refrigerazione degli ambienti interni.  Funzionano portando all’esterno l’aria calda durante il giorno, e immettendo aria fresca durante la notte. Il flusso d’aria avviene a causa della differenza di pressione tra la zona della torre dove soffia il vento e la zona sottovento. In assenza di vento, il flusso è determinato dall’aria calda che si trova a ridosso della parete sud della torre e che, scaldata dal sole, tende a salire. L’uso di cisterne d’acqua sotterranee contribuisce a umidificare e raffreddare ulteriormente l’aria.

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Nel blog altri articoli sull’Iran: si parla della città di Tehran, dei suoi caffè, di una moderna opera architettonica della capitale, dei virtuosi del parkour.

Qui invece una riflessione sulla situazione politica attuale.

CAMPUS: Il mosso

Da sempre il mosso è additato come il nemico numero uno del fotografo.

Esistono però numerose contromisure per evitare il mosso non voluto. Anni fa si diceva che il modo più sicuro per avere immagini ferme e nitide è quello di usare un tempo di apertura più veloce della focale che si sta usando. Per esempio lavorando con una focale da 85 mm. si può stare tranquilli impostando tempi di posa uguali o più veloci di un centesimo di secondo. Questo a mano libera.

Se invece puoi usare uno stativo, il pericolo del mosso si riduce di molto riprendendo soggetti statici. Non si elimina completamente, perchè la pressione del dito che scatta induce comunque la fotocamera a vibrare leggermente. Il rimedio a questo dettaglio è l’impostare un breve ritardo di scatto in modo da calmare l’effetto pressione sulla fotocamera. Ovviamente più le focali sono lunghe (in modo più evidente quando si sceglie di usare i teleobbiettivi) più il pericolo di mosso aumenta ed è consigliabile usare tempi molto veloci.  La tecnologia risponde creando sensori sempre più definiti e consentendo di effettuare riprese di qualità a sensibilità elevate impensabili fino a ieri. Questo permette di usare tempi molto veloci e di garantire immagini ferme e nitide.

Ultimo accorgimento che mi sento di consigliare è la postura del fotografo e la giusta respirazione: gambe leggermente divaricate e flesse, lo scatto dopo un respiro. Ricordatevi anche la giusta impugnatura della macchina in modo che aderisca al vostro bulbo oculare con i due gomiti leggermente premuti sul busto.

Queste sono le contromisure tecniche per evitare il mosso non voluto.

E’ doveroso ricordare che il mosso, come lo sfocato, può essere una grande risorsa comunicativa. Basta pensare ai capolavori di alcuni pittori futuristi. Peraltro, l’immagine vibrata e soffusa può conferire all’opera un’atmosfera sognante.

CityLife a Milano

Nell’immagine statica, inoltre, il mosso è di notevole aiuto per dare la sensazione dinamica del movimento.

ballerina di flamenco a Siviglia

In conclusione, quello che consideriamo ‘il pericolo del mosso’ può diventare a volte una risorsa che arricchisce il nostro bagaglio tecnico e comunicativo.

 

 

 

Shanghai in 3 giorni, una piacevole sorpresa

Ed eccomi finalmente a Shanghai, dove ho raggiunto mio marito che si trova lì per lavoro. La città mi incuriosiva da tempo, ma confesso che un po’ mi spaventava, perché mi aspettavo una megalopoli super inquinata e abbastanza ostile. Invece (e qui vado subito con lo spoiler) mi ha piacevolmente sorpreso. Ho trovato infatti una città molto vivibile, con tanto verde, dove tutto funziona e le persone sono estremamente gentili.

Ho sottovalutato però lo scoglio della lingua, che è effettivamente enorme. Quasi nessuno parla inglese, e anche viaggiare in taxi risulta difficile, poiché i tassisti comprendono soltanto gli indirizzi indicati in caratteri cinesi. Perciò, è senz’altro molto utile scaricare una app apposita. Inoltre, prima di partire per la Cina è importante scaricare una VPN per aggirare il blocco di Internet cinese. Ci sono tanti siti che forniscono tutte queste informazioni pratiche; uno molto chiaro lo trovate a questo link.

La rete dei trasporti

Sono arrivata dall’aeroporto di Pudong al mio hotel con la comodissima metropolitana, linea 2, e poi ho percorso l’ultimo tratto in taxi. La metro di Shanghai è fantastica: ho frequentato tante metropolitane nei miei viaggi, ma questa è senza dubbio la migliore che mi sia capitato di incontrare, a cominciare dalla efficientissima biglietteria automatica con mappa incorporata.

metropolitana

 

I treni sono larghi e lunghissimi, le stazioni grandi e molto organizzate, non si creano intoppi, le fermate sono ben segnate e annunciate anche in inglese. C’è vigilanza, ma discreta e, particolare importante, in ogni stazione ci sono i bagni, pulitissimi. La rete dà veramente l’idea di quanto grande e popolosa sia questa città. Con il mio pass da 3 giorni l’ho percorsa felicemente in lungo e in largo.

bicicletta e graffiti a Shanghai

Già in taxi dall’aeroporto ho notato che i grandi viali a scorrimento veloce sono sempre costeggiati da controviali per ciclisti o pedoni, spesso con aiuole e corsie dedicate moto elettriche. I motorini elettrici sono fantastici, non si sentono. Pensando all’incredibile frastuono e puzza che producono, ad esempio, a Delhi o a Bangkok, capisco quanto possano migliorare la qualità della vita di una città. Inoltre, Shanghai è ricca di angoli verdi, e in tutta la città si trovano parchi e giardini.

motorino elettrico

I quartieri popolari

Il nostro hotel era in una zona molto popolare, un po’ in periferia, a sud est della città, lungo una strada commerciale dove si susseguono una dopo l’altro mille attività: ristoranti, parrucchieri, ferramenta. E’ stata un’ottima scelta perché ci ha permesso di scoprire la Shanghai più vera.

Intorno al quartiere si innalzano grandi palazzi di edilizia popolare,  alti casermoni tutti uguali. In una piazzetta tra le case verso sera c’è della musica e la gente balla in coppia: tante donne tra loro, ma anche diversi uomini con la propria compagna, mentre i passanti guardano seduti sul muretto. E’ stato bellissimo starli a osservare: i cinesi appaiono persone serene e allegre, a cui piace divertirsi anche con poco.

La città vecchia

Il giro per la città è iniziato con la visita alla vecchia città cinese, con il famoso Giardino del Mandarino Yu, il bazar che lo circonda e le case tradizionali.

Il Giardino di Yu non è un vero e proprio parco, ma più un giardino museo. Bellissimo, anche se forse troppo popolato di visitatori. E’ il classico giardino orientale come ce lo immaginiamo, con ponticelli, laghetti e salici. La casa da tè situata in mezzo al lago è da provare, una vera esperienza. Ero sola, e mi sono accomodata a un minuscolo tavolino davanti alla finestra. Una cameriera gentilisima mi ha portato un ottimo tè servito, come usano in Cina, in una piccola ciotola accompagnato da mini uova sode e da un involtino di riso, ottimi.

sala da té a Shanghai

La zona in cui si trova il giardino è una specie di mercato con varie boutique artigianali, un centro commerciale all’aperto inserito però in costruzioni caratteristiche, d’epoca, piacevole da girare e ricco di ottime botteghe di street food tradizionale cinese.

città antica di Shanghai

via commerciale in notturna, Shanghai

A questa zona di Shanghai dà il nome il Tempio del dio della città: qui gli dei hanno un aspetto severo, direi quasi arcigno, molto diverso, per esempio, dagli dei tailandesi. Ma nel Tempio ho potuto assistere a scene di sincera devozione: sono soprattutto giovani donne che, reggendo due bastoncini di incenso all’altezza della fronte, si prostrano tre volte davanti agli dei, imitate dai loro bambini.

tempio del dio di città a Shanghai

La visita alla città vecchia è stata molto interessante: mi sono addentrata in un dedalo di viuzze attraversate da fili con panni stesi, sulle quali si aprono cortili pieni di biciclette  e circondati da basse case grigie. Dopo essermi quasi persa sono andata a rilassarmi nel Tempio di Confucio, severa oasi di pace, anche se non particolarmente interessante.

La città moderna

Il secondo giorno siamo stati al Bund, la zona più famosa di Shanghai: merita davvero, questo largo lungofiume con vista mozzafiato sui modernissimi grattacieli di Pudong. È bello passeggiare guardando le chiatte sul fiume e soprattutto la gente. Era domenica, abbiamo visto tante coppie nel giorno del loro matrimonio, e bellissime spose vestite di bianco o di rosso, che si facevano fotografare davanti allo skyline.

 

Sposa fotografata al Bund, a Shanghai

Una grande arteria commerciale, Nanjing Road, piena di gente e negozi collega il Bund con la Piazza del Popolo. Questa piazza è molto vasta, ma non ha particolari attrattive. La cosa più piacevole della giornata – era domenica – è stata la passeggiata al parco di Piazza del Popolo, molto rilassante come in tutti i parchi della città. Una curiosità, la miriade di ombrelli aperti con appuntato un biglietto con alcune frasi in cinese e un numero. Nel parco si svolge infatti una specie di ‘mercato dei matrimoni‘, dove i genitori che hanno figli da sposare ne preparano una breve descrizione, completa di numero di telefono, e posizionano gli ombrelli in bella vista, nella speranza di suscitare l’interesse di altri genitori…

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Non ho avuto modo di commentare questa tradizione con qualche abitante della città, ma ho letto che non funziona molto: per fortuna, anche i ragazzi di Shanghai ormai hanno molte altre strade per incontrarsi, piacersi e forse, infine, sposarsi!

Altri quartieri

Tre giorni sono davvero pochi per visitare una città che ha oltre 25 milioni di abitanti. Ma, grazie ai consigli della nostra guida (davvero molto ben fatta), abbiamo attraversato in diversi quartieri interessanti. La passeggiata nell’area attorno all’università, un reticolo di strade alberate, dall’atmosfera molto inglese, ci è piaciuta particolarmente.

Nella zona Ovest c’è la zona della ex concessione francese. Xintiandi  è un quartiere gradevole, pedonale, con strade alberate e molti bei negozi e ristoranti. È formato da belle case tradizionali in pietra, una delle ultime aree della città in stile architettonico cinese (shikumen).

Nel quartiere di Jinh’an, che prende il nome del Tempio Jinh’an, uno dei principali della città, gli stridenti contrasti di Shanghai sono particolarmente evidenti. Il tempio buddhista, costruito originariamente nel II secolo a.C. e ricostruito in epoca medievale, durante la Rivoluzione Culturale fu trasformato in una fabbrica di plastica, per poi tornare ad essere luogo di culto negli anni Ottanta del secolo scorso. Oggi è situato al centro di un’area commerciale lussuosa e circondato da modernissimi grattacieli.

tempio Jing'an tra i grattacieli

E per finire questa visita rapidissima a una delle metropoli più vaste del pianeta, una cosa buona e una cosa bella.

Buonissimi i ravioli al vapore, da mangiare con la salsa di soia, di cui Shanghai va giustamente famosa. Molti di essi sono a base di polpa di granchio, vera specialità della città.

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granchi

Poi, bellissimi i bambini (sono pronta per diventare nonna?), che ti guardano curiosi in metropolitana con le loro guance paffute.

metropolitana di Shanghai

I miei consigli di letture

A chi pensa di visitare Shanghai consiglio vivamente uno dei romanzi gialli di Qiu Xialong.  Ne sono stati tradotti in italiano una decina, pubblicati da Marsilio. Il primo è La misteriosa morte della compagna Guan, leggendo il quale sono rimasta affascinata dal romantico ispettore poeta Chen Cao. Nel libro si respira un’atmosfera particolare, in cui si percepisce chiaramente l’oppressione del regime: sono gli anni della strage di piazza Tienanmen.

Ecco una citazione dal libro, in cui accenna alla città:

Shanghai era veramente una città piena di magnifiche sorprese, nel prosperoso centro così come nelle piccole stradine. Era una città nella quale la gente da qualsiasi sfera sociale provenisse poteva trovare qualcosa di piacevole, persino in questi posti dall’aspetto così sciatto ed economico.

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Ma ognuno di questi romanzi offre un punto di vista particolare sulla città e sugli anni recenti della storia e della società cinese, in sempre più veloce evoluzione. Shanghai redemption, tradotto in Italia come Il poliziotto di Shanghai, è l’ultimo libro pubblicato, ma nel sito dello scrittore potete trovare tutti i titoli.

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Alcune foto sono mie, Elena Del Comune, altre di Silvia Levenson e di Terri Grant.

 

 

 

Quattro amiche in Armenia

Adriana, Rosaria, Claudia e io, amiche da più di trent’anni. Una deliziosa serata a casa mia con una pianista classica conosciuta alla Casa Armena di Milano, Ani Martirosyan, e, tra una chiacchiera e l’altra, le quattro amiche si fanno trascinare in un vortice di curiosità per l’Armenia.

E la curiosità porta al desiderio di approfondire la conoscenza di questo paese dalla storia antichissima. E’ proprio in Armenia che si insedia, infatti, la prima comunità cristiana al mondo, nel I secolo d.C., grazie a due dei dodici apostoli, Taddeo e Bartolomeo. Ani ci aiuta in questo. Dalle sue parole traspare un fortissimo senso di appartenenza, una solida fierezza nel riconoscersi come popolo.

Dai suoi racconti emerge chiara una similitudine con il popolo ebraico. Gli Armeni, da sempre, hanno subito invasioni, con conseguenti diaspore in giro per il mondo. Per ricostruire una propria identità hanno creato piccole comunità sparse per il pianeta, che però hanno conservato un’unica cultura fondata su due elementi.

Uno è la religione: già nei primi secoli la Chiesa armena si separò dalla Chiesa cattolica, acquistando caratteri propri e originali. Il secondo è la lingua sia parlata sia scritta: la ricchezza dei manoscritti medievali è tale che si trovano libri in armeno nelle biblioteche delle più diverse parti del mondo.

Date queste premesse, come non far nascere alle quattro amiche il progetto di un viaggio in Armenia?

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Come abbiamo viaggiato

Prima della partenza, io e Adriana abbiamo fatto un’accurata selezione su Airbnb per cercare casa. Quella di una casa come punto di riferimento è una soluzione interessante, perché l’Armenia è un paese relativamente piccolo, con una superficie pari a Piemonte e Valle d’Aosta messi insieme. Quindi cercare due o tre basi in punti strategici può essere logisticamente risolutivo.

Per i trasporti, Ani ci ha suggerito il numero di un autista. Riservato e in apparenza burbero,  Vacik si è rivelato un aiuto prezioso, una persona seria, professionale ed estremamente disponibile. In realtà è un perfetto uomo armeno. Come la maggioranza degli Armeni che abbiamo incontrato, il primo contatto è stato di estrema riservatezza, che sembrava coprire un fondo di tristezza. Vacik, come altri, ha avuto bisogno di un po’ di tempo per mostrare la sua calda ospitalità, e una tranquilla disponibilità ad aiutare.

In genere amo utilizzare i mezzi pubblici, ma abbiamo avuto ragione a scegliere questa soluzione, dato il poco tempo a disposizione (siamo rimaste in Armenia 13 giorni) e la posizione spesso arroccata dei tanti monasteri visitati. Un’auto grande e confortevole permette di macinare chilometri senza problemi. In più si ha la possibilitá di modificare facilmente l’itinerario, facendo soste della frequenza e della durata che si desidera, senza alcuna imposizione.  Il costo dell’auto per l’intero periodo è stato di 150 euro a testa. Conveniente, quindi, direi.

C’è anche la soluzione dei marshrutke, pullmini locali, di solito molto affollati e piuttosto scassati, retaggio dell’epoca sovietica. Rappresentano una proposta di car-sharing davvero poco costosa, ma che, noi signore di una certa età un po’ pigre, abbiamo deciso di scartare. in ogni caso, le camminate a piedi e i mezzi pubblici li abbiamo riservate per le visite alle città; tra l’altro la metropolitana di Yerevan è comodissima!

I monasteri e le chiese

I bellissimi monasteri sono senza dubbio la caratteristica più significativa del paesaggio armeno. Ricchi di storia, custodi dell’identità religiosa e culturale dell’Armenia, incutono rispetto ed emanano un profondo senso di sacralità.

in preghiera

Sono numerosissimi, sempre incastonati in paesaggi mozzafiato: sul ciglio di un profondo canyon, oppure arroccati su aspre montagne, a volte ancora scavati nella roccia. È proprio attorno ad alcuni di questi meravigliosi monasteri che in epoca medievale sono nate le maggiori università, importanti centri di propagazione culturale.

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Non mi dilungo a descrivere ogni monastero. Ne ho scelti tre tra quelli visitati: non  sono necessariamente quelli più importanti dal punto di vista storico o architettonico, ma  quelli dove ho vissuto emozioni più forti. In fondo troverete l’elenco di tutti i luoghi che abbiamo visitato e alcuni suggerimenti bibliografici per potervi orientare nella scelta. In ogni modo, suggerisco che durante il viaggio vi lasciate trasportare dal fascino dei luoghi, per poi approfondire la conoscenza dei monasteri al rientro, sulla scia del ricordo fresco delle meraviglie visitate.

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Geghard

Questo è uno dei primi monasteri che abbiamo visitato. Già questo è un buon motivo per ritenerlo interessante: è come aver scoperto, in quel momento, il fascino di questo paese. Come altri monasteri, anche questo era meta di pellegrinaggio giá in epoca pre-cristiana. La gente vi si recava per poter accedere a una fonte sacra che si riteneva avesse poteri taumaturgici. Purtroppo al nostro arrivo era un po’ affollato, anche perchè si trattava di un giorno festivo.

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Il monastero di Geghard è Patrimonio dell’Unesco dal 2000. Fondato nel IV secolo da San Gregorio l’Illuminatore, capostipite della Chiesa apostolica armena, dell’impianto originario non resta ormai più nulla, perchè distrutto dagli Arabi nel IX secolo. La chiesa principale, visitabile oggi, risale al 1215. Di lì a poco la gente del vicino villaggio cominciò a creare ambienti all’interno delle grotte circostanti, rendendo il complesso monastico sempre più unico e particolare.

monastero di Geghard, Armenia

Nel corso dei secoli, intorno alle grotte dei monaci furono costruite chiese, cappelle, edifici residenziali; sorsero anche un seminario, un’accademia di musica liturgica e un rinomato Scriptorium, cioè una scuola per amanuensi. Accanto al monastero scorre un torrente e la tradizione vuole che i viandanti lascino sulle fronde degli alberi lungo le sue acque dei pezzetti di stoffa come richiesta di grazia.

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Dovunque sono visibili ancora oggi le khachar, croci scolpite a bassorilievo, tipiche dell’iconografia religiosa armena.

croceSalendo alla vecchia cappella abbiamo sentito una voce melodiosa che riempiva la grotta scavata nella pietra. L’acustica di questa chiesa è straordinaria e la fortuna ha voluto che in quel preciso momento una giovane donna decidesse di intonare un canto liturgico. La delicatezza di quel canto e la luce che entrava di taglio hanno reso la visita a Geghard decisamente emozionante.

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Saghmosavank

Di questo monastero è particolare la posizione: sorge su un prato che si tuffa in una profondissima gola scavata dal fiume Kasagh. Lungo le rive del fiume la terra è rigogliosa e ricca di frutteti (tutta l’Armenia è costellata di piantagioni di albicocchi). Sul fondo della gola corre una strada sterrata che porta dal monastero di Saghmosavank a quello di Hovhannavank, 5 km più a sud. Il sentiero si può percorrere a piedi e la passeggiata è estremamente gradevole.

Saghmosavank, Armenia

La costruzione dell’edificio risale al XIII secolo; attorno, gli estesi latifondi di pertinenza. Annessa al monastero sorgeva una biblioteca con un ricchissimo patrimonio di libri, sempre a significare che proprio questi luoghi erano nel medioevo i principali centri culturali.

Il luogo estremamente tranquillo, al momento del nostro arrivo senza visitatori,  mi ha permesso di restare in silenzio a osservare e ammirare. Più tardi, alcune persone sono arrivate ad allestire, a ridosso del monastero, un banchetto nuziale. Un’immagine decisamente felliniana.

preparativi per matrimonio

Noravank

In assoluto il più suggestivo dei luoghi religiosi. Sorge nel cuore dell’altopiano, in una regione a sud del paese, il Vayots Dzor. Lo si scorge all’improvviso percorrendo la strada lungo il fiume Darichay nella valle di Amaghu, una valle molto angusta e caratterizzata dalla presenza di rocce rossastre. Un impatto visivo fortissimo.

Anche questo monastero risale al XIII secolo. E’ presto diventato uno dei maggiori poli religiosi e culturali dell’Armenia, grazie al fatto che i monaci mantenevano stretti contatti con l’allora famosa università di Gladzor. Noravank subì saccheggi e devastazioni, ma visse anche un lungo periodo d’oro, durante il quale fu il fulcro degli avvenimenti politici del tempo, in rete con altri monasteri e centri culturali.

Monastero di Novarank, Armenia

Gli shuka, cioè i mercati

Quattro donne che viaggiano sono naturalmente, anche se pericolosamente, attratte dai mercati. Come è consuetudine un po’ ovunque nel mondo, questi magici luoghi offrono oggetti di artigianato, antiquariato o profumati prodotti della terra o della cucina, come i meravigliosi pickle o la frutta candita.

pickle

Ed è proprio qui che spesso si scoprono curiositá e si fanno incontri interessanti. A Yerevan non si può perdere il Vernissage Market. E’ un mercato aperto tutti i giorni della settimana,  ma la domenica è decisamente più ricco e vivace, quando per esempio alla mattina molti pittori espongono le loro opere.  C’è poi una vastissima proposta di strumenti musicali, in particolare il duduk, un flauto tipico che risale a 3000 anni fa, simbolo della musica tradizionale locale. I migliori  vengono costruiti con legno di albicocco.

Il Gumi Shuka invece è ciò che rimane dei vecchi mercati nella capitale. A Yerevan, infatti,  sorgono moderni supermercati ormai ovunque e quindi si sta un po’ perdendo la tradizione del mercato. Ma il Gumi resta ancora un centro di commercio molto popolare. L’impatto visivo è coloratissimo, con i banchi di dolciumi e frutta secca estremamente curati, dalle ricercate composizioni di forme e colori.

dolci al mercato, Yerevan, Armenia

I mercanti ti offrono tutte le loro specialitá, ottimi i fichi e le arance ripieni.

IMG_7729xTra i salumi: la basturma (carne secca salata aromatizzata da un impasto di spezie che la avvolge), vari tipi di salami, caviale e… inquietanti creste e zampe di gallo marinate!

IMG_7732xBanchi dove si accumulano larghe sfoglie di lavash, il tipico pane armeno, e cesti di frutta meravigliosa.

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Il monte Ararat

“Via dalla montagna sacra: ora l’Ararat sarà per noi un paese straniero”.

In questo modo gli Armeni  di tutto il mondo, là dove la diaspora successiva al genocidio del 1915 li aveva portati, piansero quando, nell’ottobre del 1921, la sacra montagna armena, simbolo della loro unità di popolo, venne ceduta dai sovietici alla Turchia.  Questo resta per il popolo armeno un sogno infranto.

L’Ararat, che gli Armeni chiamano Massis, è però ancora oggi molto presente nell’immaginario nazionale. Con le sue due cime,  appare in ogni punto della città di Yerevan, come fosse la madre protettrice. Sembra di poterlo toccare, ma in realtà è lontanissimo, oltre l’invalicabile confine turco. Nessuno che porti un nome armeno può raggiungerlo.

ararat

Verso sud

Distese incredibili, un altopiano dove viaggiando incontri piccoli villaggi sparsi e cimiteri che occupano grandi spazi e lambiscono le strade nel nulla, a indicare il vago passaggio tra la vita e la morte: un concetto che in Armenia è nelle corde del popolo e ricorre spesso nei loro racconti e nelle loro melodie.

cimitero

I villaggi che si incontrano sono abitati da pastori e le coltivazioni sono essenzialmente orti e alberi da frutta. Sulla bellissima strada che si dirige a sud ci fermiamo al passo Selim dove visitiamo uno dei caravanserragli meglio conservati, luogo di sosta lungo la Via della Seta. Verso sud incontriamo una zona di dolmen,  Zorats Karer,  chiamata anche la Stonehenge armena.

dolmen

E’ in questo tratto di viaggio che si concretizza la sensazione di essere in un paese tanto lontano  e diverso dal nostro, molto diverso dalla dolcezza del paesaggio italiano. Qui prevalgono montagne brulle che appaiono davanti a noi a perdita d’occhio, talvolta punteggiare da villaggi circondati da vitigni, orti e prati.

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La capitale

Yerevan è una città strana, molto particolare. Il regime sovietico ha lasciato numerose tracce, per esempio nei palazzoni che accolgono chi entra in auto in questa città che ospita circa un terzo degli abitanti del paese.

palazzoni

L’impronta architettonica dell’ex Unione Sovietica è manifesta nella Cascata, un’imponente scalinata in pietra alla fine della quale si può godere di una spettacolare vista sulla città e, se si è fortunati con il tempo, sul monte Ararat. La monumentalità della Cascata è però attenuata dalle numerose opere di arte moderna e contemporanea che creano un vero e proprio museo all’aperto, piacevolissimo da visitare.

Cascata, imponente scalinata a Yerevan, Armenia

Ma Yerevan è anche una città che non vuole dimenticare un passato più lontano, ma sempre presente e vivo. L’emblema di questo desiderio di memoria è Tsitsernakaberd, il  mausoleo dedicato alle vittime del genocidio. Con un taxi siamo arrivate sulla spianata della collina di Dzidzernagapert (Forte delle rondini). Qui, in un bunker sotterraneo in pietra, sono esposti documenti, fotografie e video che raccontano i massacri del 1896, del 1909 e il grande genocidio del 1915 ad opera dell’esercito ottomano. Questi materiali testimoniano  il massacro di uomini, donne e bambini, di giovani e anziani, della quasi totalità degli intellettuali, delle lunghe e inesorabili marce della morte. All’esterno, in una predominanza di grigio, il verde degli alberi che sono stati regalati dai paesi che hanno riconosciuto il genocidio, sfidando i vari governi turchi.

Si percepisce però che Yerevan è anche una città proiettata verso il futuro: locali  affollati, moltissimi giovani che apprezzano i sempre più numerosi negozi di stampo occidentale, le famiglie che, oltre agli spazi pubblici come la bella piazza della Repubblica,  frequentano supermercati e centri commerciali, spesso aperti di notte, come nelle maggiori metropoli europee.

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IMG_7823xTra i tanti i musei cittadini suggerisco il Museo statale di storia armena dove, tra i molti reperti, è conservata anche una scarpa di pelle di oltre cinquemila anni, la più antica del mondo.

L’Artbridge

L’impatto con Yerevan è quindi quello di una città che sta cambiando in modo accelerato rispetto al resto del paese, ma i cui abitanti sentono forte il bisogno di mantenere legami con la storia e le tradizioni. Interessanti sono stati gli incontri, del tutto occasionali, con due persone che rappresentano un nuovo modo di interpretare le tradizioni culturali. Su suggerimento di una guida siamo andate in Abovian street, una delle vie centrali di Yerevan e abbiamo cercato il locale di Shakeh Havan, l’Artbridge.

Artbridge, Yerevan, Armenia

Shakeh è una brillante signora nata a Isfahan, in Iran, ma da genitori armeni. Ha vissuto a Boston durante il periodo dei suoi studi e qui, incoraggiata da amici, ha deciso di ritornare in Armenia per provare ad aprire un luogo di incontro e di promozione di giovani artisti del suo paese. È infatti dopo l’indipendenza dalla Russia, dopo quindi il 1991, che Shakeh decide di trasferirsi a Yerevan. Ha fondato con altri tre studenti un gruppo artistico e ha aperto con altre donne un ristorante, lì in Abovian street, con l’intento appunto di far conoscere nuovi talenti.

Artbridge, Yerevan, Armenia

Oggi il suo locale è diventato una vera e propria galleria d’arte, con mostre temporanee che durano dieci giorni e che si avvicendano, con sempre nuove opere che vengono esposte.  Nel locale si possono anche incontrare scrittori che presentano i loro libri e occasionalmente ascoltare buona musica jazz.

Con grande grazia, Shakeh ci ha anche suggerito alcuni luoghi imperdibili e poco frequentati dai normali circuiti turistici, come ad esempio le pitture rupestri sul monte Ughtassar. Si tratta di un luogo archeologico con reperti molto importanti. Sulla cima del monte omonimo si trova una vasta area di pitture rupestri risalenti al tardo periodo del ferro. Vi si puo’ accedere solo con macchine idonee e durante i mesi caldi (luglio e agosto) perchè il sito si trova a circa 3000 m di altitudine.

La Dolan Art Gallery

Non lontano dall’Artbridge, sono entrata incuriosita in un piccolo negozio di artigianato. Sorpendentemente, il retro del negozio si affaccia su di un giardino decisamente affascinante. Una scalinata porta all’ingresso di un appartamento dove da una parte sono  esposte ceramiche moderne, sculture e quadri, dall’altra si dipanano salette da pranzo arredate con mobili e oggetti raffinati, perfetta ricostruzione di un ambiente di fine Ottocento.

Dolan Art Gallery, Yerevan, Armenia

Ho cominciato a scattare foto attirata dalla cura dei particolari e dalla raffinatezza dell’appartamento. Mentre fotografavo, un elegante signore mi si è avvicinato chiedendomi se avevo bisogno di spiegazioni e mi ha invitato a bere un caffè per fare due chiacchiere. David, questo il nome del proprietario della Dolan Art Gallery, mi ha raccontato che da una decina di anni ha affittato l’intero palazzo con l’idea di utilizzarlo per accogliere artisti e creare un luogo di cultura e ristorazione.

Dolan Art Gallery, Yerevan, Armenia

Il progetto di rivalutare uno spazio di grande fascino (che nel secolo scorso aveva subito varie trasformazioni, prima scuola, poi sede di uffici nel regime sovietico) è stato vincente. Sono molti gli intellettuali di Yerevan che oggi frequentano il locale, il ristorante, con i tavoli nel fresco giardino.

locale david, Dolan Art Gallery, Yerevan, ArmeniaE’ un luogo piacevole e rilassante, dove chiacchierare e ascoltare buona musica. La sera stessa abbiamo prenotato la nostra cena e assistito al concerto del Lucy Khanyan Quartet, un gruppo di donne che propone sue composizioni originali e contemporanee, ma suonate con strumenti appartenenti alla tradizione musicale armena.

Postfazione – A Milano all’inaugurazione del Giardino dei Giusti

È il 6 ottobre, mi trovo all’inaugurazione del Giardino dei Giusti di tutto il mondo nel parco del Monte Stella di Milano. Ani, l’amica pianista, mi ha invitata al concerto che tiene in occasione dell’inaugurazione.

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Casualmente, mi trovo ad ascoltare la guida che si sofferma davanti al ceppo dedicato ad Armin Wegner. Armin Wegner era un ufficiale dell’esercito tedesco, scrittore e fotografo, che venne mandato in Anatolia nel 1914 a sostegno delle milizie turche. Qui si rese conto delle nefandezze del governo ottomano e decise di documentarle di nascosto. Cacciato dalla milizia turca e rimpatriato, divenne un attivista pacifista raggiungendo la notorietà come scrittore e come co-creatore del’espressionismo tedesco. Nel 1933 denunciò la persecuzione degli Ebrei in una lettera aperta ad Adolf Hitler. Da lì a poco venne arrestato dalla Gestapo, imprigionato e torturato. Venne successivamente internato in un campo di concentramento. Dopo il suo rilascio fuggì a Roma dove visse sotto pseudonimo fino alla sua morte, nel 1978. Parte delle sue ceneri sono state portate a Yerevan presso il memoriale del genocidio armeno. Viene ricordato come il solo scrittore tedesco nella Germania nazista che abbia alzato la voce contro la persecuzione degli Ebrei.

Nel Giardino dei Giusti hanno raccolto intorno a un albero diversi vasi di vetro che contengono terra armena e, in ogni vaso, è custodita un’immagine del genocidio. Ecco, queste immagini sono una delle pochissime testimonianze del massacro che i turchi hanno inferto al popolo armeno, ed è proprio Wegner che le ha scattate in Anatolia durante la persecuzione.

Gente d’Armenia

Le quattro amiche

4 amiche

Ed ecco i luoghi toccati dal nostro itinerario.

  • Regione del Lori: Akhala – Aghpat – Odzun – Sanahin
  • Regione del Tavush: Goshavank – Haghartzin
  • Regione dell’Aragatzotn: Amberd fort – Hovhannavank – Saint  Gevork – Saghmosavank
  • Regione del Kotayk: Garni – Geghard
  • Regione del Gegharkunik: Hayravank – Noraduz – Sevanavank
  • Regione dell’Ararat: Khor Virap
  • Regione del Vayots Dzor: Areni – Caravanserraglio al passo Selim – Noravank
  • Regione del Siunyk: Cascate Shaki – Menir di Zorats Karer – Tatev

Suggerimenti di visita e bibliografici potete trovarli nel sito dell’Associazione Italia-Armenia.

In particolare ci hanno accompagnato due guide, le cui informazioni di sono integrate perfettamente e che consigliamo, quella di Lonely Planet e quella di Polaris.

 

 

 

CAMPUS: Gli occhi a fessura

Molto spesso non è semplice riprodurre in una fotografia ciò che percepiamo con lo sguardo. Questo avviene specialmente quando la scena ha forti contrasti e grandi dislivelli di luce. L’esempio più immediato è il tramonto. Lo vediamo così potente e spettacolare, ma nelle nostre immagini non riusciamo a rendere e a condividerne la meraviglia. Sembra che la fotografia non riesca ad abbracciare il tutto, ma che debba scegliere se raccontare il rosso bruciante del cielo o la vegetazione sottostante.

Il motivo è molto semplice.

Lo sguardo non è un apparecchio fotografico. Il meccanismo di visione attraverso i nostri occhi è meraviglioso e complesso, ma non è una singola immagine. Scattiamo davanti alla scena innumerevoli fotografie e le mandiamo al cervello che ci restituisce una visione unitaria del soggetto. Il cervello miscela densità diverse, compensa e pulisce esposizioni opposte tra loro e temperature del colore tanto diverse.

La pellicola o il sensore delle nostre fotocamere non può fare questo e da qui la nostra delusione. In questi casi c’è un sistema infallibile per capire in anticipo se ci troviamo di fronte a una situazione difficilmente riproducibile, in termini tecnici una situazione “fuori dalla gamma di riproducibilità”. Basta strizzare gli occhi  a fessura e dopo alcuni secondi la realtà ci appare simile a quella che possiamo riprodurre in una fotografia. Gli scuri diventeranno illeggibili zone d’ombra e al massimo potremo distinguere le silhouette delle cose e delle persone. Le parti luminose rimarranno evidenti e intensamente colorate.

Questo antico espediente ci salverà dalle delusioni di una foto non riuscita, oppure ci indurrà ad apportare qualche rimedio tecnico perchè si riesca a portare a casa quella difficile ripresa. Ma cosa possiamo fare in queste situazioni?

Quando la fotografia era solo pellicola i rimedi erano pochi. Da un lato la scelta della giusta emulsione fotografica aiutava, dato che le pellicole possono essere più o meno morbide o contrastate e con più o meno capacità di riproduzione della gamma del visibile. In certi casi si può compensare con un colpo di flash le zone più scure del soggetto, esponendo sulle alte luci e riempiendo le ombre con la luce artificiale. Venivano molto usati dei filtri cromogeni che si comportavano come certi occhiali da sole o certi cristalli graduati che si usavano nelle autovetture. La funzione era quella di togliere gradatamente luce alla metà superiore dell’immagine. Addirittura si poteva scegliere se farlo in modo neutro o dando anche colorazione alla scena poichè esistevano filtri cromogeni con dominanti calde o fredde. L’effetto era spesso un po’ pacchiano e artefatto, ma usati bene i filtri risolvevano molte situazioni.

Con il digitale si è arricchito il ventaglio delle possibilità di intervento in queste situazioni. Ora anche gli smartphone offrono la possibilità di usare il cosidetto HDR. Che cosa significa questa sigla? Il termine HDR è l’acronimo di High Dynamic Range e consente di visualizzare una gamma più ricca di colori, bianchi più luminosi e neri molto profondi. In sostanza mentre scattiamo il nostro apparecchio realizza più immagini con esposizioni differenti e automaticamente le miscela in base a un algoritmo di compensazione. Non sbagliamo nel dire che il filtro che imitava gli occhiali da sole sfumati era il papà dell’HDR.

Per i più evoluti e pazienti vi posso consigliare un’ulteriore soluzione, che magari ha il vantaggio di apparire meno smaccata e plateale. Usando un cavalletto, realizzate tre immagini esposte per i diversi toni: i chiari, i medi e gli scuri. Poi a casa con i vostri programmi di editing miscelate a mano i livelli che avete creato. Avete fatto il vostro personale HDR.

CAMPUS: Come e quando usare il flash

Se c’è una cosa meravigliosa delle nuove apparecchiature digitali è il progresso indubbio nella qualità di questa tecnologia nelle riprese con poca luce, usando alte sensibilità ISO.

Questo ci permette di esaltare la luce naturale aggiungendo un grande valore aggiunto al nostro racconto. Poter sfidare la penombra ci aiuta a definire la luce per quello che è valutandola per la sua qualità e non per la sua potenza. Quindi il flash non ci serve più, lo possiamo rottamare? Leggendo quello che segue cercherò di spiegarvi che il flash lo dovete tenere stretto e se mai imparare ad usarlo per migliorare ulteriormente la vostra tecnica. Quante volte avete sentito dire frasi tipo: non mi piacciono le foto con il flash, oppure il flash toglie poesia all’immagine. Bene tutto questo è verissimo a condizione che il flash venga usato male come in effetti si fa nella stragrande maggioranza dei casi.

Ora analizzeremo in che modo il flash possa diventare uno strumento insostituibile.

Non bisognerebbe usare il lampo elettronico in modo diretto. Quasi mai. Quel quasi però è molto importante. Nel controluce una schiarita di flash è fondamentale e risolutiva. Vi permetterà di esporre sulle alte luci posteriori al soggetto schiarendo il primo piano con un lampo di flash ben calibrato. Affinchè la luce naturale e la schiarita siano ben accordate, esse non dovranno risultare della stessa intensità per non uccidere l’idea stessa del controluce, che va rispettato. Esponiamo quindi sul back ground e teniamo leggermente sottoesposto il soggetto della schiarita. avremo immagini drammatiche e sature di grande intensità. Ora possiamo analizzare tutti gli altri casi in cui usare il flash in modo appropriato. In generale la luce del lampo elettronico va addolcita, diffusa. Per fare questo abbiamo due metodi. Il più semplice ed efficace è sparare il flash su una parete laterale chiara o su una tenda in modo che la luce riflessa sia morbida e soft. In oltre avrà un ampio raggio e non sarà concentrata in un solo punto. Anche il soffitto può essere usato come schermo di riflessione, ma attenzione nel caso di soggetti, umani alle brutte ombre che si possono creare sotto gli occhi. Il secondo sistema è quello di avvolgere il flash con un pezzetto di garza o tela bianca anche raddoppiato se il soggetto è vicino al flash. Questo sistema può essere usato anche in presenza di quei piccoli flashini che sono spesso in dotazione delle digitalcamere. Avvolgete quel bulbettino che altrimenti sparerà la sua luce sul soggetto con esito innaturale.

In conclusione: Usate sempre la luce mista miscelando le alte luci naturali con l’intervento del flash. Non comprate apparecchi fotografici troppo automatici ma scegliete quelli che lasciano spazio in certe occasioni alla magica M delle impostazioni manuali.

CAMPUS: La scelta delle ottiche

La lunghezza focale della lente che decidete di usare per una  ripresa influenza e determina notevolmente  il senso stesso dell’immagine.

Le riflessioni che seguono, relative alla scelta della giusta lunghezza focale, sono universali e non importa che apparecchiatura state usando. Sono concetti base sia che usiate la più professionale delle fotocamere, sia se scattiate con il vostro smartphone.

Cercherò di evitare di citare i numeri che determinano le varie lenti, ma piuttosto vorrei darvi opzioni di base che sarete voi a tradurre nella focale che avrete a disposizione. Per semplicità dividiamo le varie lunghezze focali in tre grandi categorie: I GRANDANGOLI, I NORMALI e I TELEOBBIETTIVI.

I Grandangoli  permettono di abbracciare l’inquadratura in un ampio angolo di campo. La loro applicazione principale è universalmente la fotografia di paesaggio specialmente quando vogliamo descrivere un panorama avvolgente. Il mio consiglio è, in questo caso, di avere un soggetto forte in primo piano per dare ancora più personalità alla composizione. L’immagine avrà un sapore colto e autoriale, ma attenzione alla precisione in ripresa. Curate molto la posizione di ripresa per evitare fastidiose deformazioni prospettiche e linee cadenti. Nel ritratto il grandangolo aumenta la drammaticità della scena ed è particolarmente indicato quando si vuole dare importanza alla fisionomia in relazione con l’ambiente. Quanto più la lunghezza focale è corta, maggiore sarà la profondità di campo, anche senza diaframmare eccessivamente.

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I Normali restituiscono normalmente una visione non esasperata delle prospettive e delle distanze. Questa caratteristica conferisce all’immagine credibilità e auterevolezza. Questo equilibrio descrive senza interpretare e conferisce grande eleganza sia nei paesaggi sia nel ritratto. Il viso viene raccontato con garbo senza deformazioni, ma anche senza correzioni prospettiche. L’eventuale sfocatura è dolce e naturale senza strappi.

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I Teleobbiettivi, per contro, restringono drasticamente il campo di ripresa mettendo in evidenza un taglio sofisticato con una prospettiva molto scenografica: i piani tendono ad avvicinarsi dando una sensazione pressante e coinvolgente. Il soggetto si svela come se fosse stato scoperto con una sensazione di intima verità, aumentando il senso di unicità dell’immagine cogliendo l’attimo e valorizzando la scelta autorale. La sfocatura è piacevolmente marcata, specialmente con i diaframmi più aperti. La messa a fuoco accuratissima e la massima nitidezza sono fondamentali. Attenzione al mosso, però, che con le lunghe focali è sempre in agguato. Usate tempi molto veloci anche a costo di aumentare notevolmente la sensibilità.

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